Quanta nostalgia di Gabriella, la dottoressa dei più piccoli

Il 10 agosto è venuta a mancare la cara dr.ssa Gabriella Pedrotti, già responsabile del servizio di Neuropsichiatria Infantile di Termini Imerese: una perdita umana e professionale immane per la comunità

Michele Catti: Ultime foglie. GAM, Palermo

Ho avuto il privilegio di collaborare in più occasioni con la dottoressa Gabriella Pedrotti, professionista attenta e mai superficiale, già responsabile del servizio di Neuropsichiatria Infantile del Distretto Sanitario di Termini Imerese. Oltre venti anni orsono vi ho prestato attività di volontariato ed è stato in quel luogo che ho iniziato a coltivare la conoscenza preziosa di Gabriella. Mi sono sentito subito accolto dal suo pieno sorriso: mi ha affiancato con generosità e fiducia seppure credo altresì di non essermi risparmiato nienteaffatto per conquistarmi un po’ del suo apprezzamento.

Gabriella è stata una neuropsichiatra eccellente coi pazienti più piccoli ed io, che avevo coltivato perlopiù una formazione orientata alla psicopatologia dell’adulto, in quel contesto ho potuto occuparmi degli adolescenti che sono assegnati da sempre a una terra di confine e non soltanto per la specificità di quel tempo di vita ma pure per la pochezza dei servizi offerti dal territorio: un adolescente infatti non può accedere al servizio di Salute Mentale perché minorenne e dunque -normativamente- viene indirizzato al servizio di Neuropsichiatria dell’età evolutiva perlopiù rivolto però al trattamento dei bambini. Gabriella invece sapeva entrare pure nel mondo impervio e intricato dell’adolescenza, così strettamente in continuità col tempo dell’infanzia e nel contempo volto a guardare una forse piú scomoda adultità!

Quella conoscenza è andata avanti per anni e allorquando ho concluso l’attività di volontariato presso il distretto mi sono recato costantemente a trovarla alla ricerca di una consulenza preziosa ma anche solo del suo volto sempre così rassicurante. Allorquando è andata in pensione ho provato a chiederle di continuare ad incontrarci per non disperdere le preziose occasioni di confronto e supervisione che con lei avevo condiviso e Gabriella non ha esitato ad accogliere il mio proposito giacché non avrebbe mai potuto allontanarsi del tutto da quel lavoro che aveva sempre svolto in modo appassionato.

Per quasi un decennio abbiamo così continuato ad incontrarci: aspettavo con trepidazione quelle occasioni di confronto che peraltro avevamo pure istituito con una scansione temporale precisa ed io, che pure avevo qualche discreta intuizione sulla psicopatologia dell’adulto, restavo solerte ad ascoltarla sulle sue infinite narrazioni delle storie dei piccoli pazienti e delle loro famiglie che aveva seguito negli anni. Ricordava ogni dettaglio delle storie cliniche dei suoi bambini nonostante avesse lavorato per oltre un quarantennio: riusciva sempre a stupirmi per questo!

Una professionista arguta ed attenta e per me anche l’amica su cui sapevo di poter contare costantemente: il porto sicuro nei giorni di tempesta, il rifugio a cui guardare allorquando mi sentivo disperso e smarrito. Esattamente come mi sono sentito in quel giorno di Agosto in cui ho appreso della sua dipartita ma stavolta Gabriella non ci sarebbe stata: già,
in quel triste giorno di Agosto sarebbe stata in assoluto la prima volta che mi avrebbe voltato le spalle, lei che mi aveva sempre accolto e talvolta raccolto, trovando sempre il modo e le parole.

Una amica insostituibile, una professionista scrupolosa e soprattutto c’è una cosa che mi ha sempre colpito della sua persona e che credo di averle detto in tempo: la dr.ssa Gabriella Pedrotti è stata una donna eccezionalmente moderna. Con il suo sguardo complesso guardava al mondo dei giovani, alle identità non convenzionali e sempre con l’attenzione volta oltre la superficie delle cose e delle persone.

Il giardino dei ciliegi di Cechov è il luogo dei desideri

E’ davvero opportuna la distinzione tra desideri e bisogni? Sbirciando tra letteratura e psicoanalisi  

Il giardino dei ciliegi  non è forse il giardino dei desideri? Non è forse quel posto dentro l’anima dove restiamo giovani e i sogni antichi luccicano da sempre e non accennano a spegnersi?

Leggere Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov è come guardare a quella parte di sé che il tempo tende a sbiadire ma per la quale lottiamo incessantemente, giorno dopo giorno, affinché non sbiadisca.

O mia infanzia, o purezza mia! Dormivo in questa stanza, di qui guardavo il giardino, ogni mattina la felicità si ridestava con me e anche allora il giardino era eguale, non è mutato nulla.” Così esclama Andreevna Ranevskaja, proprietaria terriera nonché personaggio centrale della commedia di Cechov. Il giardino è sempre lì, anche quando le tempeste della vita si accaniscono contro di esso e la Ranevskaja resta a contemplarlo dalla finestra della camera dove dormiva quand’era bambina: “dopo il grigio, piovoso autunno e il freddo inverno sei di nuovo giovane, pieno di felicità, gli angeli non ti hanno abbandonato…

E’ una splendida metafora Il giardino dei ciliegi, è la nostalgia di un mondo di desideri ed illusioni, picconato dai colpi spietati del tempo che passa e da una realtà nuova, e delle volte assai difficile, di cui dobbiamo farci carico. La giovinezza, il tempo perduto, Il giardino dei ciliegi insomma: c’è proprio tutto in questo breve dramma di Cechov.

Ma andiamo per ordine. Andreevna Ranevskaja ritorna nei luoghi che l’hanno vista nascere e la commedia cechoviana si apre all’insegna di un treno che arriva e dei ciliegi in fiore. E’ denso di commozione il ritorno alle origini della donna: Cechov le fa pronunziare parole di intensa nostalgia: “Dio lo sa quanto amo la mia terra (…) non riuscivo a guardare dal finestrino del vagone, piangevo continuamente.”

Ma l’incanto della Ranevskaja è presto disatteso, il romanticismo di lei si scontra ben presto con il cinismo del mercante Lopachin che la informa della imminente vendita del giardino dei ciliegi, proprietà terriera ormai messa all’asta per ottemperare al pagamento degli innumerevoli debiti della donna e della famiglia di lei.

Intorno a tale contrapposizione valoriale e di sentimenti si gioca il dramma cechoviano: Andreevna Ranevskaja si dispera ma non può che lottare con la sola arma del suo sogno che si ostina a non spegnersi: “Vede, io sono nata qui, qui sono vissuti mio padre, mia madre, mio nonno. Amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non concepisco la mia vita e, se proprio lo si deve vendere, allora vendete anche me assieme al giardino.” Quante volte ci siamo ribellati a un vile compromesso? E quante volte abbiamo difeso il nostro giardino dei ciliegi dalle grinfie di chi voleva togliercelo? E quante volte ancora, come la Ranevaskaja, siamo stati invasi dall’angoscia che perdendo il nostro giardino avremmo perso tutto, persino la ragione stessa della nostra esistenza?

Il concetto di desiderio è stato il cuore di tante riflessioni di analisti e psichiatri: alcuni hanno parlato di bisogni mentre altri – soprattutto di filiazione francese – hanno parlato a tutto spiano di desiderio. Elvio Fachinelli, compianto psicoanalista, afferma che i famosi bisogni da soddisfare sono i desideri giudicati ragionevoli dai cosiddetti “saggi”, insomma quelli che l’Autorità ci ha dato il permesso di cercare di soddisfare attraverso risposte adatte e corrette.

“Fachinelli invece riprende da Lacan la vocazione a far emergere il desir, domanda per natura inammissibile e inopportuna per ogni autorità, e mai soddisfatto da alcuna risposta, governativa, sanitaria persino affettiva.”  (S. Benvenuto)*

Già, dei desideri non dovremmo mai dimenticarcene, prima o poi la vita ci riporta ad essi, dunque la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta costantemente a quello che noi siamo e che vogliamo.

Leggevo qualche giorno fa Castelli di rabbia, un vecchio romanzo di Alessandro Baricco, scrittore così lontano dal clima culturale e sociale in cui è vissuto Cechov. Eppure sorprende come il tema del desiderio ritorni prepotentemente quasi negli stessi termini: “ I desideri sono la cosa più impotante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un proprio desiderio”.

*(Da La “«gioia eccessiva»di Elvio Fachinelli di Sergio Benvenuto, articolo pubblicato in Psicoterapia e scienze umane, rivista di psicoterapia analitica diretta da Pier Francesco Galli n°3 , 1998, Franco Angeli, Milano).

 

I disturbi della personalità raccontati da esperti internazionali

A proposito di un meeting sui disturbi della personalità al Teatro Biondo di Palermo

di Cosimo Campagna

  • Glen Gabbard

Ho sempre ritenuto che una autentica formazione dovesse passare attraverso la lettura attenta e appassionata di saggi – magari all’interno di una stanza amata e conciliante che costituisse il “setting di elezione” e che emanasse quell’aura preziosa che ne facilitasse l’apprendimento. Altresì ho sempre creduto che il rapporto esclusivo con un Supervisore rappresentasse il modo privilegiato per smussare insieme le asperità del lavoro clinico o talune inevitabili empasse del trattamento terapeutico. Ho sempre guardato con perplessità -invece- alle occasioni di formazione offerte da convegni, seminari svolti in ampi saloni e segnati dal persistente brusio dei presenti o dalla fragile attenzione degli astanti a fronte di argomenti triti e ritriti che poco avrebbero aggiunto alla formazione sostanziale di ciascuno. Quando però ho saputo del meeting internazionale sui disturbi della personalità – che si sarebbe svolto al Teatro Biondo di Palermo – ho attivato tutte le mie risorse per parteciparvi seppur rinunciando al tempo prezioso del week-end che è irrinunciabile balsamo quando si svolge il lavoro impegnativo dello psicoterapeuta. Il programma formativo si prospettava allettante e con illustri esponenti della Psicoterapia e della Psichiatria italiana ed internazionale. Degli italiani cito per tutti Vincenzo Caretti, colto oltreché ottimo didatta, che al tempo dei miei studi universitari aveva affiancato il prof. Lucio Sarno nelle lezioni di Psicologia Clinica e di Comunità. Gli ospiti internazionali sono stati davvero prestigiosi: Nancy Mcwilliam, Glen Gabbard e Otto Kernberg. In sole due giornate al Biondo di Palermo hanno “sfilato” clinici e teorici autori di testi eccellenti della letteratura psicoanalitica e psicodinamica.

I tre testi che – forse più di tutti gli altri – mi hanno aiutato nella pratica clinica facendomi appassionare alla mia professione sono stati scritti giusto dagli ospiti internazionali che ho potuto incontrare di presenza a Palermo: I disturbi gravi della personalità di Otto Kernberg, La diagnosi psicoanalitica di Nancy Mcwilliams e Psichiatria psicodinamica di Glen Gabbard. Da consultare ogniqualvolta non riuscivo a definire adeguatamente un quadro diagnostico oppure ogniqualvolta ch’ero alla ricerca dello spunto imprescindibile per movimentare un trattamento psicoterapico che sembrava arrestarsi. Ho trovato illuminante il contributo di Otto Kernberg sul distinguo sottile – seppure sostanziale – tra le forme di narcisismo maligno e la psicopatia: nei disturbi narcisistici (anche in quelli più severi) si conserva una qualche forma di amorevolezza. E che dire di Nancy Mcwilliams e della sua preziosa trattazione dedicata al disturbo schizoide di personalità? Glen Gabbard invece si è cimentato -tra l’altro- in una disquisizione sul disturbo antisociale di personalità e sulle difficoltà – talvolta insormontabili – che si incontrano nel trattamento dei soggetti che ne soffrono. Il tutto condito dallo scambio costante di emozioni ed impressioni coi colleghi, dalle colazioni al bar adiacente il teatro, dalla goliardata delle foto con Gabbard e la Mcwilliams e tanto altro ancora. Senz’altro grazie alle personalità internazionali invitate o forse anche a causa del lungo periodo di restrizioni anti- covid che ci ha sottratto il piacere delle occasioni presenziali di formazione… il tutto si è rivelato di un eccitante pazzesco!

Nancy Mcwilliams e Glen Gabbard al Teatro Biondo di Palermo

La scoperta dell’inconscio: il lato oscuro del cuore

Esiste una parte dell’animo di cui lo stesso individuo interessato è inconsapevole

E come spesso accade per le scoperte geniali, 
tutto sembra semplice – dopo

Il lato oscuro del cuore rappresenta una eccezione rispetto alle letture che ho proposto fin ora, una piccola deviazione dal percorso intrapreso. Ma le deviazioni non sono mai per caso però: arrivano puntuali quando ad un certo punto – stanchi della via maestra – si sente il bisogno di un sentiero inconsueto e che giusto in quel momento aveva senso intraprendere.

I romanzi che ho proposto sin ora sono infatti tutti legati a precisi momenti formativi e agli autori letterari che prediligo. Questo romanzo di Corrado Augias invece me lo ha prestato una persona che a suo modo voleva farmi entrare nel lato oscuro del suo cuore, l’ho trovato un gesto di estrema fiducia e, per questo, da trattare con la massima accortezza.

Il romanzo di Augias l’ho letto in due, tre pomeriggi – spesso approfittando dei piacevoli transiti in treno – e devo dire che vi ho trovato tanto di quello che già andavo cercando in questo mio lavoro sui rapporti tra psicoterapia e letteratura, tra scienza e romanzo.

Augias lo conoscevo soltanto come giornalista, avevo sfogliato qualche suo saggio in libreria, avevo acquistato un dvd sulla vita e le opere di Chopin da lui egregiamente curato, ne condividevo persino la sbandierata passione per la scrittura di Aldo Busi ma non immaginavo minimamente che si fosse pure cimentato nella formula del romanzo.

Ne Il lato oscuro del cuore si intrecciano le storie di due donne: Clara, giovane psicologa che sogna una sua realizzazione futura e che nel contempo si guadagna da vivere come cassiera di un bar. E Wanda, una donna segnata da un matrimonio sbagliato che rischia di venire coinvolta nel delitto del marito.

Augias si rivela uno scrittore magistrale e, leggendo il romanzo, si intuisce che la trama è piuttosto pretestuosa e che Augias se ne serve sostanzialmente per introdurvi vere e proprie trattazioni sulla scoperta dell’inconscio e la nascita della psicoanalisi nonché sulle motivazioni profonde per cui talune donne si innamorano di uomini emotivamente non disponibili.

Augias annota come oggi il legame tra letteratura e psicoanalisi sia diventato più tenue in quanto la psicologia ha trovato le sue strade e preferisce poggiarsi sulla statistica, la biologia, le scienze cognitive. Il giornalista inoltre considera amaramente su come i media di massa e la tv abbiano saccheggiato la psicologia riducendola in coriandoli buoni al più per una citazione, schegge bonarie alle quali si può far dire qualunque cosaAll’inizio era diverso. Per fare il «misterioso salto dal corpo alla mente», come lo chiamò Freud, si utilizzavano largamente le forme della narrativa, anzi la terapia stessa si volgeva, a suo modo, in forma narrativa (p.101).

Appassionante è la narrazione dell’esordio della psicoanalisi: Augias parte veramente dal principio, dagli studi sull’isteria di Charcot e dalla intuizione geniale di Freud che ne L’interpretazione dei sogni afferma che «la coscienza, in uno stato di ridotta vigilanza, lascia emergere con più facilità e senza una logica apparente strati profondi della memoria che si credevano dimenticati. Già, nell’animo umano esiste una dimensione di cui lo stesso individuo interessato è inconsapevole: e come spesso accade per le scoperte geniali, tutto sembra semplice – dopo» (pagg.105-6).

La trattazione dell’età dell’inconscio prepara il lettore alla seconda parte della riflessione di Augias che riguarda l’universo femminile e l’apparente incomprensibile affettività che le donne sviluppano nei riguardi di uomini emotivamente non disponibili. Si tratta in sintesi della “sindrome del troppo amore”, tirando in ballo così anche il saggio di Robin Norwood. «Ma che vuol dire “amare troppo”? Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo? Quando giustifichiamo tutti i malumori, l’indifferenza e i tradimenti, stiamo amando troppo?» La Norwood scrive che se si ama troppo non si ama affatto, in realtà si soccombe alla paura di restare sole, di non essere degne d’amore e di essere ignorate o abbandonate. Wanda, il personaggio di Augias, rappresenta queste donne coinvolte in un distruttivo processo di degradazione che offrono la propria disponibilità fisica e psicologica nella speranza assurda di riscattarsi – il più delle volte – da un insano rapporto con un padre che non le ha mai valorizzate e che le ha fatte sentire sempre indegne di essere amate!

Già, un romanzo piacevole che è anche un modo per avvicinarsi alla comprensione dei meccanismi dell’inconscio: «uomini rispettabili nascondono il lato perverso della loro personalità in un personaggio parallelo che è la loro ombra, un doppio, un incubo – al quale finiranno per soccombere».

Immagine in evidenza: copertina del libro. Foto artistica di Anka Zhuravleva.
http://www.bookanieri.it/lato-oscuro-cuore-corrado-augias/

Bibliografia

Corrado Augias, Il lato oscuro del cuore, Einaudi, Torino 2014.

I luoghi dell’infanzia: alla ricerca delle proprie radici

Il mito delle origini nel romanzo più famoso di Cesare Pavese, La luna e i falò

  • www.alessandrocoppola.com

 

Le luci della notte mi facevano gridare
 e rotolarmi in terra perch’ero povero, 
perch’ero ragazzo, perch’ero niente. 
Quasi godevo se veniva un temporale,
 il finimondo di quelli d’estate…

Li hanno fatti quest’anno i falò? … Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa… Chi sa perché mai si fanno questi fuochi”.
Non sapeva cos’era, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che tutti i coltivi dove sull’orlo si accendeva il falò davano un raccolto più succoso, più vivace”.
E la luna, cosa c’entra la luna?
La luna … bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi”.

Il cuore de La luna e i falò di Cesare Pavese risiede quasi interamente in questi “postulati” della cultura contadina, una cultura secolare dove la vicenda dell’uomo non si snoda a prescindere dal paesaggio naturale: si tratta di una reale simbiosi all’interno della quale l’uomo e la natura si influenzano reciprocamente.
Il personaggio centrale de La luna e i falò è in realtà il narratore dell’intera vicenda. Questi ritorna nel luogo natio, un paese delle Langhe, dopo aver vissuto per lunghi anni in America dove sarebbe emigrato facendo fortuna.
Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale”.
Una singolare immutabilità del paesaggio umano ed ambientale si prospetta agli occhi del protagonista che si ritrova a contemplare i luoghi dove ha vissuto l’infanzia: “I ragazzi, le donne, il mondo non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, le ragazze fumano  – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro tutto sarà passato”.
La straordinarietà dei romanzi di Cesare Pavese non è da ricercare nello snodarsi della trama: le vicende dei personaggi si muovono all’interno di una drammatizzazione alquanto piatta, in primo piano sono invece i sentimenti e l’avventura interiore.
L’amicizia è il sentimento più caro a Pavese, quello che traspare maggiormente dai suoi romanzi: ne La luna e i falò il narratore ritrova Nuto, il compagno di un tempo, con cui ripercorre le vicende del passato. E’ un sentimento intenso che prende corpo sullo sfondo suggestivo delle notti in collina: “Andavamo così, sullo stradone fuori del paese, e parlavamo del nostro destino. Io tendevo l’orecchio alla luna e sentivo scricchiolare lontano la martinicca di un carro…
Il romanzo si snoda altresì intorno alla contrapposizione fra il tempo dell’infanzia e il tempo della maturità: da una parte ci sono le sere di collina infiammate dai falò. Le luci della notte “mi facevano gridare – rievoca il narratore – e rotolarmi in terra perch’ero povero, perch’ero ragazzo, perch’ero niente. Quasi godevo se veniva un temporale, il finimondo di quelli d’estate…
Dall’altra parte c’è l’età delle disillusioni, l’amara constatazione che crescere non vuol dire soltanto “fare delle cose difficili” bensì “andarsene, invecchiare, veder morire”.
E cosa dire del paesaggio delle Langhe che Pavese descrive con eccezionale bravura: i paesi dell’infanzia che, di giorno, sono “chiari e boscosi sotto il sole”, mentre di notte sono “nidi di stelle nel cielo nero”; le serate con gli amici che “appena fuori della luce del locale, si era soli sotto le stelle, in un baccano di grilli e rospi”.
Il destino dell’uomo e ogni ricerca di sé si risolvono quindi in un ritorno alle origini, in quei luoghi unici cui si dà un significato assoluto: in Pavese è la collina che diventa il luogo mitico dove ritornare per riconoscersi.
E cosa sono la luna e i falò se non dei riferimenti mitici che accompagnano il ciclo delle stagioni e le vicende degli uomini?
Ai falò quali elementi superstiti di una cultura popolare si affiancano altri falò, il cui significato rinvia al desiderio di ricominciare che ha l’uomo.
Dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci”.

Il lato intimista di un uomo irriverente

Omaggio a Pier Paolo Pasolini a cento anni dalla nascita

di Cosimo Campagna

Guardo il sole
Di morti estati
Guardo la pioggia
Le foglie, i grilli
Guardo il mio corpo
Di quand’ero fanciullo
Le tristi Domeniche
Il vivere perduto

Così recita una malinconica poesia che Pier Paolo Pasolini scrisse negli anni della sua giovinezza.

Di Pasolini si evoca più diffusamente la contestazione e la genialità delle intuizioni, la critica costante al sistema borghese, il realismo spietato dei film, il linguaggio crudo e immediato dei romanzi.

La meglio gioventù è una raccolta di poesie giovanili che ci consente, invece, di guardare agli anfratti più intimi e silenziosi dello scrittore, di scoprirne la profonda dolcezza.

Di tutte le cose che so
Ne sento nel cuore solo una:
sono giovane, vivo, abbandonato
col corpo che si consuma
Resto un momento sull’erba della riva,
tra gli alberi nudi
Poi cammino e vado sotto le nuvole
E vivo con la mia gioventù

Dalle poesie de La meglio gioventù traspaiono tutto il fascino di una adolescenza vissuta all’insegna della genuinità e il profumo intenso della campagna friulana dove Pier Paolo si recava in vacanza con la famiglia.

In una delle tante poesie della raccolta emerge persino il presagio della morte, di una morte dolce, certamente lontana da quella che un crudele destino gli aveva serbato.

In una città, Trieste o Udine;
per un viale di tigli,
quando in primavera le foglie mutano il colore,
io cadrò morto sotto il sole che arde,
biondo e alto,
e chiuderò le ciglia
lasciando il cielo al suo splendore.

Pier Polo Pasolini e Dacia Maraini http://www.oggi.it/people/programmi-tv-spettacoli/2013/10/24/dacia-maraini-una-vita-in-viaggio/
Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini
http://www.oggi.it/people/programmi-tv-spettacoli/2013/10/24/dacia-maraini-una-vita-in-viaggio/

Immagine in evidenza: Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Laura Betti a cena http://www.pierpaolopasolini.eu/Pasolini-e-Roma/slides/20.%20Roma%20Moravia%20Pasolini%20Betti%20a%20cena.html

La ricchezza che viene dal confronto e dal contrasto

Il diavolo sulle colline, un romanzo di Pavese che scruta nelle contraddizioni dell’uomo

Della mia infanzia non mi restava altro che l’estate. Le vie strette che sbucavano nei campi da ogni parte, di giorno e di sera, erano i cancelli della vita e del mondo”.

E’ un’emozione sempre nuova leggere Pavese, è un’immersione magica nell’aria bucolica delle colline dove il suono frastornante della quotidianità perde consistenza fino ad annullarsi. Ne I diavolo sulle colline la straordinaria descrizione del paesaggio collinare, tema ricorrente nei romanzi di Cesare Pavese, è armonicamente fuso con lo snodarsi della vicenda. Lo stile letterario di Pavese risente del decadentismo e del neo-realismo: i grandi temi letterari del decadentismo (Pavese leggeva Thomas Mann) sono affrontati con il linguaggio immediato del neorealismo, motivo per cui Pavese viene accostato dai critici anche a scrittori come Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini.

Il diavolo sulle colline è il luogo del contrasto, il luogo dove il piacere di respirare l’aria delle colline viene interrotto dal desiderio di evasione nella grande città, dove la freschezza e l’innocenza dei tre protagonisti (Pieretto, Oreste e il personaggio narrante) si scontra con la mondana sensualità di Poli, “un giovanottone (…) con gli occhi pesti e sbigottiti” che troviamo accasciato – e sotto l’effetto della cocaina – dentro la sua automobile, in una fresca notte di collina, nelle prime pagine del racconto. “Mi piace il contrasto – dice Poli – è solamente nei contrasti che uno si sente forte, superiore al proprio corpo. Senza contrasti la vita è banale”.

Oreste, Pieretto e il personaggio che narra in prima persona, girano di notte ed è proprio così che comincia il romanzo:  “Eravamo molto giovani.  Credo che in quell’anno non dormissi mai ”.

L’incontro dei tre giovani con Poli, intorno al quale si impernia l’intero racconto, avviene nel secondo capitolo. Poli è il rampollo di una tipica famiglia borghese: la camicia di seta, la bella automobile e la decisa stretta di mano sono “cose abituali ed inseparabili da lui ”.

Il confronto tra la cultura contadina e quella delle grandi città emerge ben presto ed in questo Pavese rivela le sue idee anti-borghesi; ed ecco che un brano del romanzo è incredibilmente pasoliniano: “Gente arricchita, insopportabile (…) Com’è schifosa certa gente che fa tutto coi guanti. Anche i figli e i milioni ”. Alla alterigia di Poli, Pavese contrappone la semplicità dei tre ragazzi di collina che girano nudi sotto il sole d’Agosto. La nudità dei corpi rimanda metaforicamente alla nudità psicologica: “siamo tutti nudi senza saperlo. La vita è debolezza e peccato”.

E c’è anche il contrasto delle stagioni: d’estate la campagna è arroventata, disgustosa, “un’orgia sessuale di polpe e di succhi” mentre l’inverno è “la stagione dell’anima” quando “non c’è che scendere in noi stessi e scoprire chi siamo”.

Sulla collina si può respirare anche l’aria delle grandi città, costantemente presente nei discorsi nostalgici dei protagonisti (“Che voglia di entrare in un bar , passare davanti a un cine, far notte a Torino…”)  e persino  il profumo del mare: “mi colpì subito il sentore dell’aria” rammenta il personaggio narrante “era un odore che sapeva d’automobile, di fuga, di strade costiere e di giardini sul mare”.

Immagine in evidenza di Alessandro Coppola, “Migrando”

La quotidianità è la vera grande avventura!

Dalle emozioni forti alle droghe: alla ricerca di una “botta” di vita!

  • Vienna, Kettenkarussell (Prater)

Guardammo il mare
e poi le dissi
che non capivo perché si annoiava

Cancellare la noia ad ogni costo: questo sembra essere l’imperativo che sospinge l’uomo a ricorrere ad ogni espediente di sorta che agisca sui suoi stati mentali. Ed ecco che in ogni momento della nostra vita siamo alle prese col tentativo –  più o meno maldestro – di condizionare la biochimica del sistema nervoso: bere un caffè per sentirci più svegli e attenti ancorché scegliere le montagne russe – pur fra le tante attrazioni del luna park – per provare un’emozione al limite!
Da quando l’uomo ha imparato a manipolare il suo sistema nervoso lo ha fatto con ogni mezzo a disposizione: attraverso le filosofie, le arti e gli sport avventurosi e talvolta rischiosi, e non per ultimo attraverso le illusioni!

Ma non tutti dispongono di disciplina, di fervore e di immaginazione: ed ecco che, in alternativa, per le personalità più fragili e dalla incolta sensibilità il ricorso alle droghe si prospetta come una comoda e rapida scorciatoia!
Eppure nessuna sostanza psicotropa, pur avendo effetti biochimici specifici (l’oppio e l’eroina acquietano e deprimono il sistema nervoso mentre la coca lo stimola e lo eccita), provoca automaticamente talune esperienze psicologiche. Ed è così per tutto!
Prendiamo ad esempio la musica: i valzer di Chopin, che sono composizioni sublimi, possono trascinare alcuni in sensazionali esperienze emotive laddove possono dischiudere ad altri una disinteressata sonnolenza.
Sniffare della cocaina non genera alcuna risorsa artistica in chi non la possiede, né trasforma la mediocre fantasia di un soggetto cinico nel mondo immaginifico di un artista ispirato.

Ma siamo veramente sicuri che per godere della vita si debba passare attraverso le cosiddette emozioni “forti”?
C’è un romanzo di Cesare Pavese La spiaggia che invita a riflettere su come nella “normalità” della nostra vita risieda il segreto della sua straordinarietà.
La spiaggia è un romanzo brevissimo (appena 64 pagine nella edizione di Einaudi), dallo stile espositivo gradevole, semplice ed efficace nel contempo e Pavese è talmente bravo nella descrizione dei paesaggi che il lettore può davvero avere l’impressione di muoversi all’interno del romanzo.
La trama è lineare, spesso si frantuma e si risolve in certi incontri pretestuosi dei personaggi, in un torpore dove non v’è spazio per i colpi di scena.
E’ la storia di due amici, Doro e il protagonista (che narra in prima persona) che, nella prima parte del romanzo, si ritrovano a visitare le colline del paese natio.
L’infanzia è, in tutta l’opera Pavesiana, il momento privilegiato dove l’uomo esperisce inconsapevolmente il mito. La collina è, quindi, il luogo mitico dove Doro e il protagonista tornano per ricongiungersi alle origini.

 La narrazione della gita in collina è densa di ricordi che il protagonista evoca con nostalgia. La stessa gita sarà argomento di conversazione al mare dove i due amici raggiungono Clelia, moglie di Doro.
In riva al mare i giorni trascorrono secondo la consuetudine della vacanza balneare, scanditi dall’ “ebbrezza” della quotidianità!
Il profumo delle notti estive traspare da certe descrizioni particolareggiate dei locali sul mare, delle corse in automobile lungo la costa, delle riflessioni alla finestra del protagonista: “… Preferivo le notti che si prendeva l’automobile e si correva la costa in cerca di fresco. Succedeva che su qualche belvedere, mentre tutti ballavano, io potevo a volte scambiare quattro chiacchiere con Doro e con Clelia … Bastava allora un bicchierino e la brezza del mare, per rimettermi in sesto”.
La bellezza del romanzo è tutta nell’atmosfera che sa ricreare piuttosto che nella descrizione introspettiva dei personaggi che sono appena accennati: “faceva tiepido quella notte, ch’era un peccato rientrare”.

Il gioco e l’azzardo: una distinzione fondamentale

La capacità di giocare è segno di equilibrio e salute psichica, da non confondere con la compulsione dell’azzardo*

 Cézanne: I giocatori di carte. Orsay, Parigi

Le pagine de Il giocatore di Fedor Dostoevskij descrivono straordinariamente la fisionomia degli autentici e accaniti giocatori, “quelli per i quali nelle stazioni termali esiste soltanto la roulette e soltanto per quella ci sono venuti; gente che quasi non si accorge di quel che succede intorno a loro e per tutta la stagione non s’interessano a nient’altro”.

Anna Oliverio Ferraris, in un articolo apparso sulla rivista Psicologia contemporanea, osserva che essere dominati dalla febbre del gioco è, di certo, tutt’altra cosa che giocare di tanto in tanto ai dadi o alla roulette.

Il giocatore che non riesce a non giocare, che non sa staccarsi dal tavolo verde, è vittima di un’ossessione, è dominato dall’ansia. Per il giocatore incallito, secondo la Oliverio Ferraris (1992), il gioco d’azzardo è nel contempo un modo per realizzarsi e per dannarsi. Giocare, quindi, procura benessere al giocatore, lo fa sentire vivo, partecipe e immerso in un ritmo che lo trascina. Ma giocare lo fa anche star male perché lo attanagliano la paura e l’angoscia.

Il termine “gioco” è qui usato impropriamente per indicare il “gioco d’azzardo”: è quindi necessario un accenno al concetto di gioco del resto così esplorato.

Milner (1952) identifica il gioco con il momento in cui il poeta originario – che è in ciascuno di noi – “creò il mondo esterno per noi, scoprendo la familiarità nel non familiare”. Il giocare concerne quindi alla creatività, “non è di fatto una questione di realtà interna, e neppure una questione di realtà esterna” (Donald Winnicott) ma è assimilabile ad una condizione di sospensione, nell’area intermedia compresa tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivamente percepito. “… Mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo” (D. Winnicott).

Diego Napoletani considera la creatività una “variabile” specificamente umana… Infatti, se da un canto l’essere umano può ritenersi “assoggettato” al proprio gruppo di appartenenza e imbrigliato in una rete che lo contiene e una matrice che lo istituisce, dall’altro un’attitudine espressiva è la predisposizione ad una conoscenza trasformativa del mondo agiscono nel senso di una liberazione dal fondamento culturale.

La capacità di giocare è indice di una equilibrata vita psichica: già Freud riteneva guariti i suoi pazienti quando questi sarebbero stati in grado di amare, lavorare e giocare: l’attitudine al gioco è sintomatica della capacità di un individuo di liberarsi dai lacci della cultura istituita (nonché dalla logica del dover fare e del dover essere) e di “sfondare” –con la forza della creatività- la ripetitività della storia familiare.

Anche secondo Donald Winnicott la psicoterapia consiste in una sovrapposizione delle “aree di gioco” del paziente e del terapeuta e, laddove il gioco non fosse possibile, il lavoro terapeutico tende a portare il paziente “da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace”.

Il gioco d’azzardo, invece, non è affatto scelta o possibilità ma è anzi condanna. Esso può diventare la ragione di vita di una persona, il solo spazio in cui poter vivere, il disperato tentativo di fronteggiare le proprie angosce con una attività che non consente di pensare ad altro.

So unicamente che bisogna che io vinca , che questa è per me l’unica via d’uscita”: ecco cosa Dostoevskij fa dire ad Aleksej, il personaggio protagonista de Il giocatore. Persino Polina Aleksandrovna, la donna amata da Aleksej e anch’essa giocatrice, considera amaramente: “Non mi resta altra possibilità di scelta”.

Nel primo capitolo de Il giocatore Aleksej Ivanovic riceve addirittura l’ordine di Polina di vincere alla roulette e si dirige verso il casinò chiedendosi perché mai fosse così necessario e urgente vincere al gioco; purtuttavia il flusso dei suoi pensieri sfocia nella rassegnazione e nella accettazione incondizionata dell’ordine ricevuto: “ L’ordine di andare a giocare alla roulette mi aveva lasciato stordito come se avessi ricevuto una mazzata in testa (…) Ma ora come ora non c’è tempo: bisognava andare a giocare alla roulette”.

Il gioco è per Aleksej fuga in avanti, abbandono alla vertigine ma è anche la causa di un vissuto compulsivo: l’ansia che scaturisce dal gioco stesso, cioè si gioca per soffocare l’angoscia ma dal gioco nasce una nuova tensione.

In un passo de Il giocatore Dostoevskij coglie, in modo ineccepibile, la dinamica del vissuto compulsivo sottostante al gioco d’azzardo (1992, p.160): “ Può darsi che l’animo, dopo aver provato tante sensazioni, non solo non se ne sazi, ma la contrario ne ricavi un’eccitazione che lo spinga ad esigerne sempre di nuove e di più forti, fino a restarne definitivamente spossato”.

Nello scritto su Dostoevskij, Freud (1927) rivolge la sua attenzione all’attività frenetica delle mani nel gioco della roulette, interpretando questa come sostitutiva del “vizio” della masturbazione.

La febbre del gioco si configurerebbe così come equivalente rispetto alla coazione dell’onanismo: l’irresistibilità della tentazione, il piacere frastornante con conseguente senso di colpa, il costante proposito mai rispettato di non farlo più, sono rimasti immutati nel gioco “sostitutivo”.

Leggendo Il giocatore anche al lettore, come ad Aleksej, basta arrivare in vicinanza delle sale da gioco, “tanto da sentirne il tintinnio delle monete, per essere quasi preso dalle convulsioni

*Integrazione Clinica all’articolo inserito in “Letture”: Dostoevskij e il demone del gioco  Il gioco d’azzardo raccontato da un genio della letteratura

Bibliografia

Dostoevskij, M.F. (1866), Il giocatore. Milano: Garzanti, 1992.

Freud S. Per gli scritti freudiani si fa riferimento all’edizione Boringhieri delle Opere in 12 volumi.

Il poeta e la fantasia, 1907, vol.5.

Dostoevskij e il parricidio, 1927, vol.10.

Jervis, G. (1993), Fondamenti di psicologia dinamica, Milano: Feltrinelli, 1993.

Oliverio Ferrarsi A., “Paura ed altri affanni”, in Psicologia contemporanea n°110, Giunti, Firenze 1992.

Winnicott D.W., Gioco e realtà, tr.it. Armando, Roma 1990.

Quando la parola “corpo” diventa nemica delle donne

Le donne e il corpo sognato  nella scrittura vibrante di Dacia Maraini

 

E’ l’idea della perfezione che tormenta, ferisce, guasta i rapporti che ogni donna ha con il proprio corpo”.
Questa riflessione spicca sulla copertina de Un clandestino a bordo di Dacia Maraini, scrittrice dal linguaggio semplice e complesso nel contempo, a tratti struggente e che arriva nel profondo.

Il rapporto che le donne instaurano con il loro corpo è quasi sempre difficile e Dacia Maraini, in quanto donna, sa quanto la parola “corpo” possa essere vicina all’essere donna e quanto, nel contempo,questa possa esserle nemica, infida e inquietante , “pericolosa”; le donne, dice la Maraini, non si sentono mai del tutto a loro agio nel loro corpo, “nemmeno nei momenti della sua maggiore freschezza e avvenenza”.

E’ attualissimo il mito della matrigna di Biancaneve che chiede ansiosa: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. E’ un’idea della bellezza che si è protratta per troppo tempo, un’idea della bellezza così frammista ai concetti astratti di compiutezza e di armonia da essere più vicina “alle ombre di Platone che alla vita di tutti i giorni”.

Perché mai inseguire ancora un ideale della bellezza femminile assolutamente avulso dal ritmo dei tempi moderni e della vicenda femminile dove tutto, dall’amore alla maternità, tende a deformarlo?
La cultura dei padri non ha giovato affatto alle donne: la Maraini riflette in questi termini mentre osserva, dalla sua casa romana, i giovani che si ritrovano davanti a un bar. I ragazzi si muovono in modo vociante e disinvolto, poggiano i piedi per terra rivelando un “preteso possesso del territorio”; le ragazze, di converso, avanzano in ‘bilico’ intente come sono a rientrare in quella cornice di fragilità e bellezza manierata che costituisce il presupposto della femminilità.

Per legge naturale Adamo sarebbe dovuto nascere dal grembo di Eva e invece ecco che anche la tradizione biblica decreta il privilegio sessuale facendo nascere Eva da una costola di Adamo.

E cosa dire di certe giornaliste che, oltre al superbo piglio professionale, esibiscono gambe lunghe e affusolate?
Non c’è dubbio, purtroppo, che quando una donna cerca di conciliare il codice linguistico del corpo con quello della parola e del pensiero finisce col sacrificare il secondo: la parola e il pensiero sono acquisizioni recenti per il “gentil” sesso ed ecco che la speculazione intellettuale suona distorta sulle labbra femminili.
Quando una donna crede di giostrare con i due codici dominandoli ambedue” scrive Dacia Maraini “in realtà finisce per sacrificarne uno, il più delicato e fragile, il più recentemente acquisito alla sapienza femminile”.

E che dire ancora dello stupido luogo comune secondo cui la prostituta rincorre il piacere in modo ossessivo ed egoistico?
Carla Corso, coraggiosa prostituta che ha lottato non poco per la dignità del suo mestiere, ha affermato quanto “l’odore dell’intimità di uno sconosciuto sia intollerabile”; ciò che serve alle prostitute, quindi, è l’anestesia dei sensi per poter così tollerare l’amplesso con un estraneo: “la gioia dei sensi, l’abbandono di sé sono negati a chi vende il suo bene erotico”.

Che non sia proprio la sessualità, conclude Dacia Maraini, a frapporsi tra il corpo femminile e ogni progetto di felicità?
A guardare i classici della letteratura europea sembrerebbe di si: Madame Bovary e Anna Karenina sono “uccise” dai loro autori quasi a testimonianza di quanto sia pericoloso e sconveniente per la donna la ricerca di una felicità carnale.

Nelle ultime pagine Dacia Maraini lascia aperti molti interrogativi, donando così preziosi spunti di riflessione ai suoi lettori: “Cos’è che rende un corpo felice? Un corpo è felice quando ama o quando è amato? Quando si sente in armonia con le cose intorno o quando si trova in opposizione con il mondo e si sforza di conquistarlo?

Dacia Maraini, Un clandestino a bordo, Rizzoli, Milano1996