Quando la parola “corpo” diventa nemica delle donne

Le donne e il corpo sognato  nella scrittura vibrante di Dacia Maraini

 

E’ l’idea della perfezione che tormenta, ferisce, guasta i rapporti che ogni donna ha con il proprio corpo”.
Questa riflessione spicca sulla copertina de Un clandestino a bordo di Dacia Maraini, scrittrice dal linguaggio semplice e complesso nel contempo, a tratti struggente e che arriva nel profondo.

Il rapporto che le donne instaurano con il loro corpo è quasi sempre difficile e Dacia Maraini, in quanto donna, sa quanto la parola “corpo” possa essere vicina all’essere donna e quanto, nel contempo,questa possa esserle nemica, infida e inquietante , “pericolosa”; le donne, dice la Maraini, non si sentono mai del tutto a loro agio nel loro corpo, “nemmeno nei momenti della sua maggiore freschezza e avvenenza”.

E’ attualissimo il mito della matrigna di Biancaneve che chiede ansiosa: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. E’ un’idea della bellezza che si è protratta per troppo tempo, un’idea della bellezza così frammista ai concetti astratti di compiutezza e di armonia da essere più vicina “alle ombre di Platone che alla vita di tutti i giorni”.

Perché mai inseguire ancora un ideale della bellezza femminile assolutamente avulso dal ritmo dei tempi moderni e della vicenda femminile dove tutto, dall’amore alla maternità, tende a deformarlo?
La cultura dei padri non ha giovato affatto alle donne: la Maraini riflette in questi termini mentre osserva, dalla sua casa romana, i giovani che si ritrovano davanti a un bar. I ragazzi si muovono in modo vociante e disinvolto, poggiano i piedi per terra rivelando un “preteso possesso del territorio”; le ragazze, di converso, avanzano in ‘bilico’ intente come sono a rientrare in quella cornice di fragilità e bellezza manierata che costituisce il presupposto della femminilità.

Per legge naturale Adamo sarebbe dovuto nascere dal grembo di Eva e invece ecco che anche la tradizione biblica decreta il privilegio sessuale facendo nascere Eva da una costola di Adamo.

E cosa dire di certe giornaliste che, oltre al superbo piglio professionale, esibiscono gambe lunghe e affusolate?
Non c’è dubbio, purtroppo, che quando una donna cerca di conciliare il codice linguistico del corpo con quello della parola e del pensiero finisce col sacrificare il secondo: la parola e il pensiero sono acquisizioni recenti per il “gentil” sesso ed ecco che la speculazione intellettuale suona distorta sulle labbra femminili.
Quando una donna crede di giostrare con i due codici dominandoli ambedue” scrive Dacia Maraini “in realtà finisce per sacrificarne uno, il più delicato e fragile, il più recentemente acquisito alla sapienza femminile”.

E che dire ancora dello stupido luogo comune secondo cui la prostituta rincorre il piacere in modo ossessivo ed egoistico?
Carla Corso, coraggiosa prostituta che ha lottato non poco per la dignità del suo mestiere, ha affermato quanto “l’odore dell’intimità di uno sconosciuto sia intollerabile”; ciò che serve alle prostitute, quindi, è l’anestesia dei sensi per poter così tollerare l’amplesso con un estraneo: “la gioia dei sensi, l’abbandono di sé sono negati a chi vende il suo bene erotico”.

Che non sia proprio la sessualità, conclude Dacia Maraini, a frapporsi tra il corpo femminile e ogni progetto di felicità?
A guardare i classici della letteratura europea sembrerebbe di si: Madame Bovary e Anna Karenina sono “uccise” dai loro autori quasi a testimonianza di quanto sia pericoloso e sconveniente per la donna la ricerca di una felicità carnale.

Nelle ultime pagine Dacia Maraini lascia aperti molti interrogativi, donando così preziosi spunti di riflessione ai suoi lettori: “Cos’è che rende un corpo felice? Un corpo è felice quando ama o quando è amato? Quando si sente in armonia con le cose intorno o quando si trova in opposizione con il mondo e si sforza di conquistarlo?

Dacia Maraini, Un clandestino a bordo, Rizzoli, Milano1996

L’importanza delle esperienze affettive raccontata da Dacia Maraini

I temi della nostalgia e del confronto generazionale in una intensa scrittura

di Cosimo Campagna

"L'angelo del focolare" di Michelangelo Fanara - olio su tela
“L’angelo del focolare” di Michelangelo Fanara – olio su tela

Una donna di cinquant’anni e una bambina di sei (…) generalmente si considerano estranee e lontanissime come due comete lanciate in due cieli diversi che non si conoscono e sono destinate a non incontrarsi mai.”

Eppure, in Dolce per sé, Dacia Maraini riesce ad avvicinare questi due mondi lontanissimi. La narratrice, Vera ( inequivocabilmente un nome dietro cui la stessa Maraini intende trincerarsi) si rivolge ad una bambina di nome Flavia scrivendole delle lettere che, in sintesi, costituiscono l’ intero romanzo.
E’ un romanzo autobiografico dove Dacia Maraini ripercorre con nostalgia e dolcezza i sentieri della memoria. E come non lasciarsi intrappolare nel labirinto di memorie che la Maraini rievoca con uno stile straordinario?

Eppure, Flavia, non riesco a mettere via queste fotografie che mi ricordano te, tuo zio Edoardo e quei giorni di perfetta coesione. Come e quando è cominciato il guasto, la distruzione? Non lo so. Non lo saprò mai.”
E’ una nostalgia che si tinge quasi di strazio quella che traspare dalle pagine di Dolce per sè, è la legge del tempo che emerge in modo spietato: la fine di un amore trova una splendida metafora nella tempesta, di quelle che devastano le coste americane e si lasciano dietro “alberi divelti, tetti scoperchiati, auto rovesciate, terreni allagati.” E tuttavia la scrittrice riesce a raccontare del tempo perduto con una delicatezza che incanta chiunque si accinga a leggere un suo romanzo.

Alcuni temi ritornano, dopo essere stati trattati dall’autrice nelle opere precedenti: già in Bagheria Dacia Maraini raccontava della Sicilia, dei suoi profumi e dell’ inevitabile scempio provocato dai suoi stessi abitanti.

Io spero che un giorno, Flavia, tu possa andare a visitare le ville barocche di Bagheria, che sono tra le cose più belle della Sicilia dopo i templi greci: sempre che i bagherioti, così poco amanti di se stessi e della propria storia non le abbiano definitivamente distrutte.”
C’è amarezza nelle parole della scrittrice, c’è la contemplazione nostalgica di un mondo che è andato irrimediabilmente perduto: “la costa dell’Aspra era un bijou (…) ora è una schifezza tutta muri e cemento. Il mare più pulito e limpido del mondo lo hanno trasformato in un immondezzaio.”

Dolce per sé è forse il primo libro in cui Dacia Maraini racconta lungamente di sé; Un clandestino a bordo, Bagheria, Voci, pur contenendo altresì spunti autobiografici, si erano contraddistinti pure per un certo imbarazzo cosicché la scrittrice, con espedienti stilistici, riusciva a focalizzare precipuamente su altri temi narrativi.
In quest’ultima sua opera la Maraini si denuda più che mai, racconta della irritazione che certe sue abitudini provocavano nel suo ex compagno, peraltro zio di Flavia ( la bambina cui si rivolge in tutto il romanzo), quali la lettura de L’unità, il fatto che non andasse a messa la domenica, che non la divertissero le barzellette sugli ebrei, l’insensibilità rispetto alla potenza delle macchine di Formula uno, la convinzione che il rapporto fra due persone dello stesso sesso fosse lecito e normale e che il matrimonio non fosse il solo fine degli affetti.

Flavia è senz’altro la bambina che c’è in Vera (alias Dacia Maraini) e la stessa autrice riflette in questi termini alla fine del romanzo: ” Non so nemmeno se quella bambina sia semplicemente una parte di me che si affaccia timidamente ai bordi della memoria di un corpo che invecchia.”

Le relazioni interpersonali e la costruzione dell’identità individuale

L’importanza delle relazioni familiari e sociali in un capolavoro di Marguerite Yourcenar

di Cosimo Campagna

"Eleonora di Toledo" di Guido Quadrio - olio su tela
“Eleonora di Toledo” di Guido Quadrio – olio su tela. Fotografia di Daniele Rotolo

E’ stata un’emozione immensa leggere i romanzi di Marguerite Yourcenar. Quoi? L’éternité, più di ogni altro, mi ha fatto apprezzare la scrittrice belga: è un’opera straordinaria, una saga familiare estremamente affascinante, un susseguirsi di ricordi e divagazioni che arricchisce il pensiero e disseta la fantasia.  Il titolo del romanzo,Quoi? L’éternitè (Cosa? L’eternità ), è stato mutuato da un verso di una composizione di Arthur Rimbaud, poeta molto caro alla scrittrice: l’eternità, per la Youcenar, è da ricercarsi nel complesso intrico familiare, nelle evanescenze della memoria che vive e cambia, nelle risonanze di sentimenti provati nei tempi andati.

La scrittura della Yourcenar è ricca di contrasti intriganti: su una struttura compositiva classicheggiante – la struttura del romanzo risente dell’epica ottocentesca – spiccano contenuti di una modernità strabiliante. Le ansie e le passioni dell’uomo moderno sono raccontate con un linguaggio ottocentesco in cui prevalgono le descrizioni minuziose delle vicissitudini familiari, dei costumi e delle abitudini di un’epoca, dei tumulti di vita e di sentimento dei personaggi del romanzo.

La Yourcenar, seguendo il filo dei ricordi, traccia un profilo del padre, Michel; racconta di quest’uomo senza le riserve e i pudori che spesso inquinano la visione che i figli hanno dei genitori. “Michel è solo. Veramente lo è sempre stato.” Così inizia il lungo racconto del padre e, insieme a questo, una lunga descrizione di quella che è stata l’Europa “fin du siecle”: le prime automobili percorrevano le strade con una libertà estrema che “sarà soppiantata dal rigore claustrofobico delle autostrade“.

La vita di Michel è un continuo tumulto: Fernande, la prima moglie morirà giovanissima, Jeanne (peraltro grande amica della defunta) diverrà il grande amore dell’uomo. L’intreccio che governa la vita di Michel nonché quella dei suoi familiari e ancora quella parallela, e ugualmente centrale in seno al romanzo, di Jeanne e di Egon (sposati felicemente prima dell’incontro della prima con Michel), è talmente fitto che il lettore rischia di perdervisi ma, in ogni caso, resta agevole la possibilità di guardare agli stralci di sentimenti – descritti sapientemente dalla scrittrice – che emergono luccicanti dall’intrico della trama.

C’è il fremito degli amori che nascono, il rumore incessante delle passioni senza fine: “l’amore per Egon riempie Jeanne come il rumore delle onde una conchiglia, e risuonerà in lei fino a quando la conchiglia si sarà infranta (…) lui le chiede timidamente se potrebbe vederla ogni giorno e uscire con lei almeno una volta dalla città, per percorrere insieme in libertà i campi e le rive che entrambi amano, e lei si accorge che chiedendolo gli tremano le labbra.”

Gli sfondi paesaggistici sono incantevoli: le spiagge bianche del Nord, i misteri dei bassifondi parigini, l’incanto della costa Azzurra e persino Roma (visitata da Egon e Jeanne) con i giardini di Villa Borghese, gli splendori di San Pietro, i lunghi silenzi di Villa Adriana.

La Yourcenar racconta inoltre della sua passione per i viaggi, della nascita della sua predilezione per la lettura come di “un miracolo banale, progressivo, del quale ci si rende conto soltanto in seguito“. Eccezionale la descrizione delle prime percezioni rispetto alla propria corporeità, descrizione che rasenta un vero e proprio trattato di psicologia dello sviluppo: “Verso i due o tre anni ricordo di essere stata sollevata (…) e coperta su tutto il corpo di caldi baci che ne disegnavano i contorni a me sconosciuti, dandomi per così dire una forma.”

Insomma, Quoi l’éternité è un grande romanzo che ci consente ampie scorribande attraverso i sentieri della nostra storia personale facendoci riflettere su come il destino venga, in fondo, scandito dai sentimenti che ci accompagnano nel corso della vita e che determinano, più di ogni altra cosa, le nostre scelte e le circostanze: “Dietro ciascuna delle nostre predilezioni per un certo genere di vita c’è sempre una o più persone. Non si cavalca a lungo soli nel deserto; non si naviga a lungo soli nel mare.

 

Il naufragio del Sé

Tracce di Psicologia Dinamica nei romanzi di Fedor Dostoevskij*

Terza e ultima parte

Il paesaggio del naufragio

In Dostoevskij l’evocazione del paesaggio è pesantemente embricata alle vicissitudini dei personaggi: la tempesta su Pietroburgo – ne Il sosia – non è scindibile dalla frantumazione dell’equilibrio psichico di Goljàdkin, conseguentemente all’incontro col suo sosia. Lo smarrimento del signor Goljàdkin per le strade di una Pietroburgo umida e piovosa è in realtà uno smarrimento dentro di sé.

In Dostoevskij il paesaggio è quasi immerso nel buio o comunque nella luce crepuscolare e lo scrittore sembra evocarlo solo quando questo prelude ad una svolta inquietante nella storia dei suoi personaggi.

Ne L’idiota la descrizione di una Pietroburgo avvolta nelle tenebre anticipa il dramma del principe Myskin che, di lì a poco, avrebbe scoperto il cadavere di Nastasja Filippovna, la donna da lui tanto amata.

Ne Il giocatore (tr.it.1992, p.161) il sé di Aleksej Ivanovic, schiacciato dalla frenesia del gioco d’azzardo, ha i colori della strada che il giocatore percorre, di notte, per recarsi al casinò: «Il viale era così buio che non riuscivo nemmeno a vedere le mie mani…».

Dostoevskij sfugge ai colori vividi rifugiandosi nelle tinte scure laddove si spengono i tumulti del gran mondo e si dispiegano i sentieri del mondo interno. Il cielo plumbeo di Pietroburgo si insinua negli orizzonti interni dei personaggi dostoevskijani che quasi provano sentimenti di stranietudine al cospetto di una maggiore luminosità del paesaggio. Ne L’idiota il principe Myskin si ricorda di una giornata di sole in Svizzera, vissuta con profonda inquietudine.

Davanti a sé vedeva il cielo limpidamente azzurro, sotto di sé il lago, intorno l’orizzonte luminoso, senza principio né fine. Ed egli contemplava tutto ciò con l’anima torturata. Ora si ricordò come tendeva le braccia verso quell’azzurro risplendente e lontano e piangeva. Si sentiva estraneo a quella magnificenza e ne soffriva. “(Dostoevskij, tr.it. 1986, p. )

Il senso di smarrimento che aleggia in ogni opera di Dostoevskij non tollera che il sole possa rischiarare le tenebre del vissuto abbandonico dei personaggi dostoevskijani i quali si muovono disinvoltamente dentro atmosfere scure, preferiscono l’ora del crepuscolo, «quando il freddo comincia a pungere e si accendono per le strade i fanali a gas…» (Dostoevskij, tr.it.1986, p.497).

Non c’è dubbio: Dostoevskij spegne sapientemente i colori, sfuma la luminosità del paesaggio, insomma predilige il buio. Il paesaggio funge da cartina tornasole perché anche l’anima è oscura. Leibniz è dalla parte di Dostoevskij: «Lo spirito è oscuro, il fondo dello spirito è scuro». E Gilles Deleuze (tr.it.1990, p.133) riprende il pensiero di Leibniz soffermandosi sul concetto secondo cui «il chiaro esce dall’oscuro e non smette di ritornarvi».

Leibniz concepiva l’anima come una monade, senza porte né finestre, che trae ogni percezione chiara dal suo fondo oscuro. Ciascuna monade esprime oscuramente e confusivamente il mondo intero poiché essa è finita mentre il mondo è infinito. Il mondo esiste solo nella misura in cui questo viene concepito all’interno delle monadi. Esso non ha consistenza al di fuori delle monadi ed esiste soltanto dentro brevi percezioni allucinatorie, dentro «uno sciabordio, un rumore, una bruma, una danza di pulviscoli impalpabili» (Deleuze, tr.it.1990, p.129).

La percezione del paesaggio in Dostoevskij prescinde decisamente da ogni meccanismo fisico, è a tratti allucinatoria ovvero il prodotto di un processo esclusivamente psichico.  Il paesaggio non ha consistenza al di fuori delle vicende dei personaggi, non prescinde mai dall’umore di essi.

Di rado il cielo si rischiara nei romanzi di Dostoevskij e in ogni caso questo accade parallelamente a una svolta felice nella storia dei personaggi: “Uscito in strada, il signor Goljàdkin  si sentì come in paradiso, tanto che provò persino il desiderio di fare un giretto e di passeggiare per la Prospettiva Nevskij. (…) Una svolta davvero inaspettata in tuta la faccenda. E anche il tempo si è rasserenato…“(Dostoevskij, Il sosia, trad.it. 1991).

Quasi sempre, invece, il paesaggio è immerso nelle tenebre e si impone con violenza ogniqualvolta le storie dei personaggi propendono verso svolte inquietanti: il cielo nuvoloso, la città di sera, la notte preludono – infatti – alla consumazione di un dramma!

Non è cambiato molto dalla prima volta che ho letto Delitto e castigo: forse le illusioni nuove hanno preso il posto di quelle vecchie. Dopo trent’anni sto rileggendolo ancora una volta e sono anche stavolta, come Raskòlnikov, derelitto e naufrago!

*vedi approfondimento: I classici della letteratura sono lezioni di Psicologia Dinamica   I grandi scrittori hanno intuito le elaborazioni di Freud

Bibliografia

Cantoni, R. (1948), La crisi dell’uomo. Milano: Mondadori.

Deleuze, G. (1988), La piega, Leibniz e il Barocco. Torino: Einaudi, 1990.

Dostoevskij, M. F. (1868), Delitto e castigo. Catania: Paoline, 1963.

Dostoevskij, M.F. (1880), I fratelli Karamazov. Torino: Einaudi, 1962.

Dostoevskij, M.F. (1866), Il giocatore. Milano: Garzanti, 1992.

Dostoevskij, M.F. (1846), Il sosia. Milano: Garzanti, 1991.

Dostoevskij, M.F. (1870), L’eterno marito. Verona: Demetra, 1995.

Dostoevskij, M.F. (1868), L’idiota. Milano: Garzanti, 1986.

Fachinelli, E. (1989), La mente estatica. Milano: Adelphi.

Ferrari, S. (1994), Scrittura come riparazione. Verona: Laterza.

Freud S. Per gli scritti freudiani si fa riferimento all’edizione Boringhieri delle Opere in 12 volumi.

Il poeta e la fantasia, 1907, vol.5.

Caducità, 1915, vol.8.

Il perturbante. In L’io e l’es e altri scritti, 1919, vol.9.

Inibizione, sintomo e angoscia, 1925, vol.10.

La negazione, 1925, vol.10.

Dostoevskij e il parricidio, 1927, vol.10.

Il disagio della civiltà, 1929, vol.10.

Grossman, L. (1961), Dostoevskij artista. Milano: Bompiani.

Hall, C.S., Lindzey, G. (1966), Teorie della personalità. Torino: Boringhieri, 1989.

Jervis, G. (1993), Fondamenti di psicologia dinamica, Milano: Feltrinelli, 1993.

Jervis, G. (1984), Presenza e identità. Milano: Garzanti,1984.

Jervis, G., Significato e malintesi del concetto di sé, in Ammaniti, M. (a cura di), La nascita del Sé. Roma – Bari: Laterza, 1991.

Kaes, R. (1991), Realtà psichica e sofferenza nelle istituzioni. In AA.VV., L’istituzione e le istituzioni. Roma: Borla, 1991.

Lo Verso, G. et al. (1994), Le relazioni soggettuali. Torino: Bollati Boringhieri, 1994.

Mann, T. (1930), La montagna incantata. Milano: Dall’Oglio, 1988.

Mann, T. (1903), Tonio Kroeger, Milano: Mondadori,1988.

Morpurgo, E. (1987), Il segreto della camera chiusa ovvero il paradosso della scrittura. In Morpurgo, E., Egidi, V. (a cura di ), Psicoanalisi e narrazione. Ancona: Il lavoro editoriale, 1987.

Pasolini, P.P. (1975), La nuova gioventù, Torino: Einaudi, 1994.

Rella, F. (1981), Il silenzio e le parole. Milano: Feltrinelli, 1981.

Ricardou, J. (1976), L’ordine e la disfatta. Roma: Lerici.

Rovatti, P.A. (1992), L’esercizio del silenzio. Milano: Cortina, 1992.

Sartre, J.P.(1948), La nausea. Torino: Einaudi, 1990.

Scharfetter, C. (1992), Psicopatologia generale (un’introduzione). Milano: Feltrinelli, 1992.

Spence, D. P. (1982), Verità narrativa e verità storica. Firenze: Psycho, 1987.

Straus, E. (1966), Phenomelogical Psychology. New York : Basic Book.

Vegetti Finzi, S. (1986), Storia della psicoanalisi, Oscar Mondadori, Milano 1992.

Il naufragio del Sé

Tracce di Psicologia Dinamica nei romanzi di Fedor Dostoevskij*

Seconda parte

«Non tutti i naufragi vengono per nuocere»

«Non tutti i naufragi vengono per nuocere» dunque! Già, talvolta il naufragio si configura come indispensabile per disvelare dentro di sé profumi e suoni mai percepiti prima. In questo Dostoevskij è senza dubbio esistenzialista specialmente quando afferma che la rivelazione del senso ultimo della realtà si dispiega in attimi misteriosi e pericolosi, in circostanze psichiche eccezionali, in cui la coscienza si allontana dal mondo spazio-temporale e riceve quasi in dono delle visioni.

L’«idiota», ovvero il principe Myskin, intravvede «la bellezza e la preghiera» nonché «un’alta sintesi della vita», proprio quando sta per essere colto dagli accessi furiosi della epilessia, un attimo prima di perdere la coscienza e di stramazzare al suolo.

Malattia e conoscenza costituiscono un binomio che non ritroviamo esclusivamente nei romanzi di Dostoevskij. Si tratta di un binomio caro al romanticismo e, in tempi più recenti, rivissuto in forma grandiosa nell’opera di Thomas Mann. Ne La montagna incantata i borghesi di Lubecca misconoscono la vita dello spirito perché, grazie alla loro filosofia sana e normale, si sono ambientati perfettamente alla vita sociale; vi sarebbe, insomma, una sorta di sapere privilegiato che gli uomini completamente armonizzati con l’ambiente, non conoscono. Il precoce e ripetuto contatto con la morte compenetra la nostra psiche di un elemento sensibile, suscettibile di fronte alle crudezze della spensierata vita mondana, diciamo addirittura, di fronte al suo cinismo. (Mann, tr. it. 1930, p.221). Thomas Mann osserva, dunque, come l’unico modo sano e nobile di concepire la morte consista nel considerarla quale parte integrante della vita.

Secondo Stefano Ferrari (1994, p.203) il desiderio di morire, così tanto decantato dai poeti, diventa un modo per controllare il trauma della morte che, divenendo l’oggetto del desiderio, viene addirittura erotizzata. La sublimazione della morte traspare altresì da una dolcissima poesia che Pier Paolo Pasolini scrisse negli anni della sua giovinezza. La poesia è inclusa ne La meglio gioventù, raccolta di poesie giovanili da cui traspare tutto il profumo della campagna friulana dove Pasolini si recava in vacanza con la famiglia.

“In una città /Trieste o Udine/ per un viale di tigli/ quando in primavera/ le foglie mutano colore/ io cadrò morto/ sotto il sole che arde/ biondo e alto/ e chiuderò le ciglia/ lasciando il cielo/ al suo splendore” (Pasolini, 1975, p.65).

In Dostoevskij l’evocazione della morte è costante: l’«idiota» ovvero Myskin, in un salotto di Pietroburgo, rievoca le vicissitudini di un condannato a morte, poco prima della esecuzione. La prossimità della morte provoca una dilatazione temporale cosicché il condannato al cospetto degli ultimi minuti, ha l’impressione di dover vivere uno spazio di tempo infinito, «un immenso tesoro» (Cantoni, 1948, p.38).

In quelle circostanze più che ami il tempo va vissuto intensamente ed è così che il condannato a morte progetta di destinare due minuti all’ultimo addio ai suoi compagni, di assegnarne altri due alle proprie meditazioni intime e di impiegare l’ultimo minuto per ben guardarsi intorno l’ultima volta. In lui c’era, in quei momenti, questo continuo pensiero.

Se non dovessi morire! Se la vita potesse continuare, che eternità mi si aprirebbe innanzi! E tutto ciò sarebbe allora mio! Trasformerei ogni momento in un secolo, non perdere nulla, ogni istante sarebbe calcolato, non spenderei un attimo inutilmente! (Dostoevskij, tr. it.1986, p.75).

Il tempo, quando stiamo per esserne privati, ci rivela la sua sostanza preziosa nonché «il tessuto incomparabile di cui è composto»(Cantoni, 1948, p.38).

*vedi approfondimento: I classici della letteratura sono lezioni di Psicologia Dinamica   I grandi scrittori hanno intuito le elaborazioni di Freud

Il naufragio del Sé

Tracce di Psicologia Dinamica nei romanzi di Fëdor Dostoevskij*

Introduzione

“Jeune homme nu assis au bord de la mer” di Jean-Hippolyte Flandrin. Riproduzione su carta. Foto di Daniele Rotolo.

Si danno casi nella vita in cui si possono ‘bruciare i ponti’, in cui si può anche non tornare a casa: la vita non è fatta solo di pranzi, di colazioni e principi…” (Dostoevskij, 1986, p.712)

Con coraggio Dostoevskij rifiuta ogni astratta convenzione, ogni forma imposta dalla società del suo tempo e scruta invece dentro gli anfratti psichici più oscuri, dentro le contraddizioni laddove l’uomo, non potendo più aggrapparsi all’ovvio, precipita sempre più nel baratro.

Gli era venuta a un tratto una voglia irrefrenabile di piantare tutto e fuggire subito, immediatamente, senza salutare nessuno, di tornare là donde era venuto, lontano lontano, in qualche paese sperduto. Presentiva che, se fosse rimasto ancora pochi giorni soltanto là dov’era, quel mondo in cui si trovava l’avrebbe inghiottito″ (Dostoevskij, 1986, p.386).

In questa intenzione disperata di uno dei suoi personaggi c’è tutto Dostoevskij, c’è il senso di stranietudine, l’impeto perenne di fuggire da un mondo poco conciliante.

E, tuttavia, Dostoevskij resta un grande scrittore, non di certo un filosofo o un pensatore.

Sarebbe un errore trarre dai suoi romanzi delle costanti ideologiche o un qualsivoglia sistema di idee: come osserva Fausto Malcovati (1992), Dostoevskij guarda alle incoerenze, alle imperfezioni della psiche, all eribellio ni dell’uomo che anela all’armonia, che insegue la sua realizzazione dibattendosi tra il bene e il male, “attraverso prove dolorose e angosciose lacerazioni”.

Lo stesso Dostoevskij ne L’idiota (1986, p.494) ci rammenta questa sua concezione della vita: “L’essenziale consiste nella vita, unicamente nelle eterne e reiterate ricerche durante la vita, e non nelle nuove scoperte (…) In ogni pensiero geniale e nuovo, in ogni pensiero serio germogliato in una mente umana, rimane sempre qualcosa che non si lascia trasmettere agli altri, anche a scriverne volumi su volumi”.

Attraverso Dostoevskij ho iniziato ad amare la psicologia. Il naufragio del Sé, qui suddiviso in tre parti per agevolezza espositiva, si apre con un confronto tra letteratura e psicoanalisi nel tentativo di coglierne affinità e divergenze; purtuttavia vuole essere quasi una memoria nonché gettare un ponte tra l’adolescenza e l’adultità. Il titolo della prima parte del lavoro è mutuato dall’ultimo verso de L’infinito di Leopardi:   «Il naufragar m’è dolce» 

La seconda parte, il cui titolo è la parodia di un proverbio, sottolinea come «Non tutti i naufragi vengono per nuocere» e il riferimento, qui, è a quando lo smarrimento del sentimento di sé – così massicciamente presente nei romanzi di Dostoevskij – dispiega nuove e auspicabili prospettive.

Infine nella terza parte: Il paesaggio del naufragio  si cerca di analizzare la predilezione dostoevskijiana per le atmosfere a tinte tenui e i paesaggi costantemente in penombra.

Si sa, un naufragio si prepara sempre sotto un cielo scuro!

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*vedi Integrazione : I classici della letteratura sono lezioni di Psicologia Dinamica   I grandi scrittori hanno intuito le elaborazioni di Freud