Dostoevskij e il demone del gioco

Il gioco d’azzardo raccontato da un genio della letteratura*

di Cosimo Campagna

Paul Cézanne: “I giocatori di carte”. Olio su tela (47×56 cm). Musée d’Orsay di Parigi.

 I giocatori sanno bene che si può resistere  addirittura per ventiquattr’ore di seguito con le carte in mano senza neanche gettare un’occhiata a destra o a sinistra.”

Il giocatore di Fedor Dostoevskij si legge d’un fiato nello spazio di un pomeriggio e in quel pomeriggio si prova realmente un senso di smarrimento, si riflette sulle proprie dipendenze, si percepisce netto un nodo in gola!

Aleksej Ivanovic narra in prima persona la storia de Il giocatore e ciò favorisce l’immedesimazione del lettore con il personaggio centrale.
Nelle prime pagine Alesksej gioca per la prima volta alla roulette e Dostoevskij si serve di tale espediente per indugiare nella descrizione di ambienti e situazioni a lui tanto familiari (essendo stato egli stesso un giocatore d’azzardo). Con Aleksej il lettore scopre le sale da gioco, attraverso i suoi occhi assiste  alle prime puntate e osserva le facce estenuate degli altri giocatori.

Ero un giocatore anch’io: me n’ero accorto in quel preciso momento. Le braccia e le gambe mi tremavano e la testa mi girava“. Da quando Aleksej si accorge per la prima volta d’essere un giocatore a quando, nelle ultime pagine, contempla la propria rovina, il lettore vive un crescendo di emozioni al punto da esaltarsi o disperarsi a seconda che Aleksej vinca o perda.

Ero come preso dalla febbre e nell’eccitazione ho puntato tutto un mucchio di denaro sul rosso e… sono tornato in me! E soltanto in quel momento ho sentito un brivido di terrore corrermi per la schiena mentre mi prendeva un tremito alle mani e ai piedi. In un attimo mi sono reso conto con terrore cosa significava per me perdere: insieme a quell’oro puntavo tutta la mia vita” (Dostoevskij, 1992, p.156).

La  frenesia si interrompe quasi totalmente nell’ultimo capitolo del romanzo dove emerge, tangibilissima, la disperazione del giocatore che constata l’ansia continua, la costante attesa di qualcosa, la capacità di starsene intere giornate accanto al tavolo così da osservare il gioco… “Mi capita di sognarmi la roulette perfino di notte” confessa Aleksej a Mister Astley, suo interlocutore alla fine del romanzo. Questi, a sua volta, sottolinea ad Aleksej la sua situazione: “Lei vegeta (…) lei ha rinunciato perfino ai suoi ricordi…Lei adesso ha dimenticato tutte le sue migliori inclinazioni di allora; i suoi sogni di adesso, anche quelli più urgenti ed essenziali, ormai non vanno oltre al pair e impair, rouge, noir…

Ma ecco che Aleksej cerca di  reagire ripromettendosi  di non perdere il dominio di sè e di risorgere dall’uomo completamente perduto. Ed è quanto è possibile a chi si avvicina sinceramente e gradualmente – e senza farsi schiacciare dal terrore iniziale – a un percorso di conoscenza di sé così da riempire il senso il vuoto da cui il giocatore rifugge invano e spasmodicamente, incapace di trovare nuove significazioni.

Debbo dire che c’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ultimo fiorino, proprio l’ultimo!.”

Dostoevskij M. F., Il giocatore, ed. or.1866,  tr.it. Garzanti, Milano 1992

*vedi Integrazione Clinica: Il gioco e l’azzardo: una distinzione fondamentale  La capacità di giocare è segno di equilibrio e salute psichica, da non confondere con la compulsione dell’azzardo

 

La dissociazione dell’identità incontra la grande letteratura

Lo sdoppiamento della coscienza nella narrativa di Dostoevskij

Del resto c’era realmente motivo 
per un simile turbamento. 
Il fatto era che quello sconosciuto 
gli era sembrato
in un certo senso conosciuto

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Ammettere che sono io o no? O far finta di non essere io, di essere qualcun altro che mi assomiglia in modo strabiliante, e fare come se niente fosse? Appunto, non sono io, non sono io e basta!”.

Ne Il sosia di Fedor Dostoevskij il sentimento di smarrimento del sé è progressivo e inevitabile: questo emerge costantemente dal monologo interiore del Signor Goljàdkin, dallo sprofondamento imponderabile nel disordine dei pensieri e delle pulsioni, dalla solitudine allucinata di una esistenza senza più alcun appiglio.

Ne Il sosia è radicale la disarmonia tra la psiche sempre più frustrata di Goljàdkin e il mondo esterno, indifferente o apertamente ostile. Il romanzo si impernia attorno al delirio di sdoppiamento del signor Goljàdkin che incontra il suo sosia in una notte di tempesta a Pietroburgo. Il sosia non è altro che il prodotto deforme della coscienza di Goljàdkin, sintesi di arrivismo, volgarità e smania di affermazione che si scontra con l’”io” goffo e impacciato del protagonista il quale, in un crescendo di angoscia, andrà incontro allo smarrimento di sé.

Lo smarrimento di sé del signor Goljàdkin ha inizio già durante il primo incontro con il sosia che, pur comparendo nella scena del romanzo come un passante qualunque, fomenta fin da subito il turbamento del protagonista che “prese a tremare in tutto il corpo, le gambe non lo ressero più, gli si piegarono le ginocchia, ed egli si lasciò cadere con un gemito su un pilastrino del marciapiede”.

Dapprima quindi l’io del signor Goljadkin incontra l’Altro, l’estraneo ma ben presto lo Straniero si rivelerà un Alter-ego. Cioè l’io incontra se stesso nelle sembianze di uno straniero, come in uno sdoppiamento: “Del resto c’era realmente motivo per un simile turbamento. Il fatto era che quello sconosciuto gli era sembrato in un certo senso conosciuto” (Dostoevskij, 1991, p.53).

Per Jabès (1991) piuttosto che di uno sdoppiamento si tratta di una metamorfosi che mette a repentaglio la propria soggettività, si tratta cioè di “diventare stranieri”, di approssimarci allo Straniero che siamo piuttosto che approssimare a sé lo Straniero. Dunque il sosia che Goljàdkin incontra non è altri che lui stesso. E, infine, il sosia non è rassicurante estraneità al di fuori di Goljàdkin bensì è dentro di lui, lo abita.

Quella che si prospetta come una scena fenomenologia dell’intersoggettività, quando la riconosciamo ci appare deformata, sottoposta ad una torsione. “E’ lo straniero, l’estraneo, che ci dice: avvicinati di più”: Rovatti (1992, p.97) sintetizza così il pensiero di Jabès e aggiunge che il “diventare stranieri” implica una esperienza di noi stessi che muova dall’ombra che sostanzialmente siamo piuttosto che dalla luce che presumiamo di essere. Insomma si tratterebbe di “avviare un movimento oppositivo in noi stessi”.

L’inquietudine del signor Goljàdkin, durante l’incontro col suo sosia, è crescente di pagina in pagina: “Goljàdkin (…) per nessun tesoro al mondo avrebbe voluto incontrarsi con lui e tanto meno poi in quel momento”.

Da quell’incontro sarà inevitabile la rottura dell’equilibrio psichico di Goljàdkin e con esso la frantumazione dell’ “io-coscienza” per usare una definizione di Scharfetter (1992, p.86): “L’io-coscienza è la certezza della persona vigile e lucida:‹‹Io sono io stesso››”. (Vedi Integrazione Clinica Gli “scherzi” della coscienza )

Nelle ultime pagine ritroviamo il signor Goljàdkin più che mai sperduto, come “un gattino innaffiato d’acqua gelata”, precipitato ormai definitivamente nella follia, col sangue che gli pulsa in testa e con un sordo singhiozzo nel petto: “Dio mio! Dio mio! Dammi fermezza d’animo, nell’infinità profondità delle mie disgrazie! Che io sia perduto, completamente annientato, non c’è alcun dubbio e tutto questo è nell’ordine delle cose, poiché non potrebbero essere in altro modo”.

 

Bibliografia

Dostoevskij, M.F. (1846), Il sosia. Milano: Garzanti, 1991.

Scharfetter, C. (1992), Psicopatologia generale (un’introduzione). Milano: Feltrinelli, 1992.

 

Immagine in evidenza di Alessandro Coppola: illustrazione tratta da “Battito d’ali”, ed. L’orto della cultura 2015  www.alessandrocoppola.com