Quanta nostalgia di Gabriella, la dottoressa dei più piccoli

Il 10 agosto è venuta a mancare la cara dr.ssa Gabriella Pedrotti, già responsabile del servizio di Neuropsichiatria Infantile di Termini Imerese: una perdita umana e professionale immane per la comunità

Michele Catti: Ultime foglie. GAM, Palermo

Ho avuto il privilegio di collaborare in più occasioni con la dottoressa Gabriella Pedrotti, professionista attenta e mai superficiale, già responsabile del servizio di Neuropsichiatria Infantile del Distretto Sanitario di Termini Imerese. Oltre venti anni orsono vi ho prestato attività di volontariato ed è stato in quel luogo che ho iniziato a coltivare la conoscenza preziosa di Gabriella. Mi sono sentito subito accolto dal suo pieno sorriso: mi ha affiancato con generosità e fiducia seppure credo altresì di non essermi risparmiato nienteaffatto per conquistarmi un po’ del suo apprezzamento.

Gabriella è stata una neuropsichiatra eccellente coi pazienti più piccoli ed io, che avevo coltivato perlopiù una formazione orientata alla psicopatologia dell’adulto, in quel contesto ho potuto occuparmi degli adolescenti che sono assegnati da sempre a una terra di confine e non soltanto per la specificità di quel tempo di vita ma pure per la pochezza dei servizi offerti dal territorio: un adolescente infatti non può accedere al servizio di Salute Mentale perché minorenne e dunque -normativamente- viene indirizzato al servizio di Neuropsichiatria dell’età evolutiva perlopiù rivolto però al trattamento dei bambini. Gabriella invece sapeva entrare pure nel mondo impervio e intricato dell’adolescenza, così strettamente in continuità col tempo dell’infanzia e nel contempo volto a guardare una forse piú scomoda adultità!

Quella conoscenza è andata avanti per anni e allorquando ho concluso l’attività di volontariato presso il distretto mi sono recato costantemente a trovarla alla ricerca di una consulenza preziosa ma anche solo del suo volto sempre così rassicurante. Allorquando è andata in pensione ho provato a chiederle di continuare ad incontrarci per non disperdere le preziose occasioni di confronto e supervisione che con lei avevo condiviso e Gabriella non ha esitato ad accogliere il mio proposito giacché non avrebbe mai potuto allontanarsi del tutto da quel lavoro che aveva sempre svolto in modo appassionato.

Per quasi un decennio abbiamo così continuato ad incontrarci: aspettavo con trepidazione quelle occasioni di confronto che peraltro avevamo pure istituito con una scansione temporale precisa ed io, che pure avevo qualche discreta intuizione sulla psicopatologia dell’adulto, restavo solerte ad ascoltarla sulle sue infinite narrazioni delle storie dei piccoli pazienti e delle loro famiglie che aveva seguito negli anni. Ricordava ogni dettaglio delle storie cliniche dei suoi bambini nonostante avesse lavorato per oltre un quarantennio: riusciva sempre a stupirmi per questo!

Una professionista arguta ed attenta e per me anche l’amica su cui sapevo di poter contare costantemente: il porto sicuro nei giorni di tempesta, il rifugio a cui guardare allorquando mi sentivo disperso e smarrito. Esattamente come mi sono sentito in quel giorno di Agosto in cui ho appreso della sua dipartita ma stavolta Gabriella non ci sarebbe stata: già,
in quel triste giorno di Agosto sarebbe stata in assoluto la prima volta che mi avrebbe voltato le spalle, lei che mi aveva sempre accolto e talvolta raccolto, trovando sempre il modo e le parole.

Una amica insostituibile, una professionista scrupolosa e soprattutto c’è una cosa che mi ha sempre colpito della sua persona e che credo di averle detto in tempo: la dr.ssa Gabriella Pedrotti è stata una donna eccezionalmente moderna. Con il suo sguardo complesso guardava al mondo dei giovani, alle identità non convenzionali e sempre con l’attenzione volta oltre la superficie delle cose e delle persone.

Il giardino dei ciliegi di Cechov è il luogo dei desideri

E’ davvero opportuna la distinzione tra desideri e bisogni? Sbirciando tra letteratura e psicoanalisi  

Il giardino dei ciliegi  non è forse il giardino dei desideri? Non è forse quel posto dentro l’anima dove restiamo giovani e i sogni antichi luccicano da sempre e non accennano a spegnersi?

Leggere Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov è come guardare a quella parte di sé che il tempo tende a sbiadire ma per la quale lottiamo incessantemente, giorno dopo giorno, affinché non sbiadisca.

O mia infanzia, o purezza mia! Dormivo in questa stanza, di qui guardavo il giardino, ogni mattina la felicità si ridestava con me e anche allora il giardino era eguale, non è mutato nulla.” Così esclama Andreevna Ranevskaja, proprietaria terriera nonché personaggio centrale della commedia di Cechov. Il giardino è sempre lì, anche quando le tempeste della vita si accaniscono contro di esso e la Ranevskaja resta a contemplarlo dalla finestra della camera dove dormiva quand’era bambina: “dopo il grigio, piovoso autunno e il freddo inverno sei di nuovo giovane, pieno di felicità, gli angeli non ti hanno abbandonato…

E’ una splendida metafora Il giardino dei ciliegi, è la nostalgia di un mondo di desideri ed illusioni, picconato dai colpi spietati del tempo che passa e da una realtà nuova, e delle volte assai difficile, di cui dobbiamo farci carico. La giovinezza, il tempo perduto, Il giardino dei ciliegi insomma: c’è proprio tutto in questo breve dramma di Cechov.

Ma andiamo per ordine. Andreevna Ranevskaja ritorna nei luoghi che l’hanno vista nascere e la commedia cechoviana si apre all’insegna di un treno che arriva e dei ciliegi in fiore. E’ denso di commozione il ritorno alle origini della donna: Cechov le fa pronunziare parole di intensa nostalgia: “Dio lo sa quanto amo la mia terra (…) non riuscivo a guardare dal finestrino del vagone, piangevo continuamente.”

Ma l’incanto della Ranevskaja è presto disatteso, il romanticismo di lei si scontra ben presto con il cinismo del mercante Lopachin che la informa della imminente vendita del giardino dei ciliegi, proprietà terriera ormai messa all’asta per ottemperare al pagamento degli innumerevoli debiti della donna e della famiglia di lei.

Intorno a tale contrapposizione valoriale e di sentimenti si gioca il dramma cechoviano: Andreevna Ranevskaja si dispera ma non può che lottare con la sola arma del suo sogno che si ostina a non spegnersi: “Vede, io sono nata qui, qui sono vissuti mio padre, mia madre, mio nonno. Amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non concepisco la mia vita e, se proprio lo si deve vendere, allora vendete anche me assieme al giardino.” Quante volte ci siamo ribellati a un vile compromesso? E quante volte abbiamo difeso il nostro giardino dei ciliegi dalle grinfie di chi voleva togliercelo? E quante volte ancora, come la Ranevaskaja, siamo stati invasi dall’angoscia che perdendo il nostro giardino avremmo perso tutto, persino la ragione stessa della nostra esistenza?

Il concetto di desiderio è stato il cuore di tante riflessioni di analisti e psichiatri: alcuni hanno parlato di bisogni mentre altri – soprattutto di filiazione francese – hanno parlato a tutto spiano di desiderio. Elvio Fachinelli, compianto psicoanalista, afferma che i famosi bisogni da soddisfare sono i desideri giudicati ragionevoli dai cosiddetti “saggi”, insomma quelli che l’Autorità ci ha dato il permesso di cercare di soddisfare attraverso risposte adatte e corrette.

“Fachinelli invece riprende da Lacan la vocazione a far emergere il desir, domanda per natura inammissibile e inopportuna per ogni autorità, e mai soddisfatto da alcuna risposta, governativa, sanitaria persino affettiva.”  (S. Benvenuto)*

Già, dei desideri non dovremmo mai dimenticarcene, prima o poi la vita ci riporta ad essi, dunque la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta costantemente a quello che noi siamo e che vogliamo.

Leggevo qualche giorno fa Castelli di rabbia, un vecchio romanzo di Alessandro Baricco, scrittore così lontano dal clima culturale e sociale in cui è vissuto Cechov. Eppure sorprende come il tema del desiderio ritorni prepotentemente quasi negli stessi termini: “ I desideri sono la cosa più impotante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un proprio desiderio”.

*(Da La “«gioia eccessiva»di Elvio Fachinelli di Sergio Benvenuto, articolo pubblicato in Psicoterapia e scienze umane, rivista di psicoterapia analitica diretta da Pier Francesco Galli n°3 , 1998, Franco Angeli, Milano).