La ricchezza che viene dal confronto e dal contrasto

Il diavolo sulle colline, un romanzo di Pavese che scruta nelle contraddizioni dell’uomo

Della mia infanzia non mi restava altro che l’estate. Le vie strette che sbucavano nei campi da ogni parte, di giorno e di sera, erano i cancelli della vita e del mondo”.

E’ un’emozione sempre nuova leggere Pavese, è un’immersione magica nell’aria bucolica delle colline dove il suono frastornante della quotidianità perde consistenza fino ad annullarsi. Ne I diavolo sulle colline la straordinaria descrizione del paesaggio collinare, tema ricorrente nei romanzi di Cesare Pavese, è armonicamente fuso con lo snodarsi della vicenda. Lo stile letterario di Pavese risente del decadentismo e del neo-realismo: i grandi temi letterari del decadentismo (Pavese leggeva Thomas Mann) sono affrontati con il linguaggio immediato del neorealismo, motivo per cui Pavese viene accostato dai critici anche a scrittori come Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini.

Il diavolo sulle colline è il luogo del contrasto, il luogo dove il piacere di respirare l’aria delle colline viene interrotto dal desiderio di evasione nella grande città, dove la freschezza e l’innocenza dei tre protagonisti (Pieretto, Oreste e il personaggio narrante) si scontra con la mondana sensualità di Poli, “un giovanottone (…) con gli occhi pesti e sbigottiti” che troviamo accasciato – e sotto l’effetto della cocaina – dentro la sua automobile, in una fresca notte di collina, nelle prime pagine del racconto. “Mi piace il contrasto – dice Poli – è solamente nei contrasti che uno si sente forte, superiore al proprio corpo. Senza contrasti la vita è banale”.

Oreste, Pieretto e il personaggio che narra in prima persona, girano di notte ed è proprio così che comincia il romanzo:  “Eravamo molto giovani.  Credo che in quell’anno non dormissi mai ”.

L’incontro dei tre giovani con Poli, intorno al quale si impernia l’intero racconto, avviene nel secondo capitolo. Poli è il rampollo di una tipica famiglia borghese: la camicia di seta, la bella automobile e la decisa stretta di mano sono “cose abituali ed inseparabili da lui ”.

Il confronto tra la cultura contadina e quella delle grandi città emerge ben presto ed in questo Pavese rivela le sue idee anti-borghesi; ed ecco che un brano del romanzo è incredibilmente pasoliniano: “Gente arricchita, insopportabile (…) Com’è schifosa certa gente che fa tutto coi guanti. Anche i figli e i milioni ”. Alla alterigia di Poli, Pavese contrappone la semplicità dei tre ragazzi di collina che girano nudi sotto il sole d’Agosto. La nudità dei corpi rimanda metaforicamente alla nudità psicologica: “siamo tutti nudi senza saperlo. La vita è debolezza e peccato”.

E c’è anche il contrasto delle stagioni: d’estate la campagna è arroventata, disgustosa, “un’orgia sessuale di polpe e di succhi” mentre l’inverno è “la stagione dell’anima” quando “non c’è che scendere in noi stessi e scoprire chi siamo”.

Sulla collina si può respirare anche l’aria delle grandi città, costantemente presente nei discorsi nostalgici dei protagonisti (“Che voglia di entrare in un bar , passare davanti a un cine, far notte a Torino…”)  e persino  il profumo del mare: “mi colpì subito il sentore dell’aria” rammenta il personaggio narrante “era un odore che sapeva d’automobile, di fuga, di strade costiere e di giardini sul mare”.

Immagine in evidenza di Alessandro Coppola, “Migrando”

La quotidianità è la vera grande avventura!

Dalle emozioni forti alle droghe: alla ricerca di una “botta” di vita!

  • Vienna, Kettenkarussell (Prater)
Guardammo il mare
e poi le dissi
che non capivo perché si annoiava

Cancellare la noia ad ogni costo: questo sembra essere l’imperativo che sospinge l’uomo a ricorrere ad ogni espediente di sorta che agisca sui suoi stati mentali. Ed ecco che in ogni momento della nostra vita siamo alle prese col tentativo –  più o meno maldestro – di condizionare la biochimica del sistema nervoso: bere un caffè per sentirci più svegli e attenti ancorché scegliere le montagne russe – pur fra le tante attrazioni del luna park – per provare un’emozione al limite!
Da quando l’uomo ha imparato a manipolare il suo sistema nervoso lo ha fatto con ogni mezzo a disposizione: attraverso le filosofie, le arti e gli sport avventurosi e talvolta rischiosi, e non per ultimo attraverso le illusioni!

Ma non tutti dispongono di disciplina, di fervore e di immaginazione: ed ecco che, in alternativa, per le personalità più fragili e dalla incolta sensibilità il ricorso alle droghe si prospetta come una comoda e rapida scorciatoia!
Eppure nessuna sostanza psicotropa, pur avendo effetti biochimici specifici (l’oppio e l’eroina acquietano e deprimono il sistema nervoso mentre la coca lo stimola e lo eccita), provoca automaticamente talune esperienze psicologiche. Ed è così per tutto!
Prendiamo ad esempio la musica: i valzer di Chopin, che sono composizioni sublimi, possono trascinare alcuni in sensazionali esperienze emotive laddove possono dischiudere ad altri una disinteressata sonnolenza.
Sniffare della cocaina non genera alcuna risorsa artistica in chi non la possiede, né trasforma la mediocre fantasia di un soggetto cinico nel mondo immaginifico di un artista ispirato.

Ma siamo veramente sicuri che per godere della vita si debba passare attraverso le cosiddette emozioni “forti”?
C’è un romanzo di Cesare Pavese La spiaggia che invita a riflettere su come nella “normalità” della nostra vita risieda il segreto della sua straordinarietà.
La spiaggia è un romanzo brevissimo (appena 64 pagine nella edizione di Einaudi), dallo stile espositivo gradevole, semplice ed efficace nel contempo e Pavese è talmente bravo nella descrizione dei paesaggi che il lettore può davvero avere l’impressione di muoversi all’interno del romanzo.
La trama è lineare, spesso si frantuma e si risolve in certi incontri pretestuosi dei personaggi, in un torpore dove non v’è spazio per i colpi di scena.
E’ la storia di due amici, Doro e il protagonista (che narra in prima persona) che, nella prima parte del romanzo, si ritrovano a visitare le colline del paese natio.
L’infanzia è, in tutta l’opera Pavesiana, il momento privilegiato dove l’uomo esperisce inconsapevolmente il mito. La collina è, quindi, il luogo mitico dove Doro e il protagonista tornano per ricongiungersi alle origini.

 La narrazione della gita in collina è densa di ricordi che il protagonista evoca con nostalgia. La stessa gita sarà argomento di conversazione al mare dove i due amici raggiungono Clelia, moglie di Doro.
In riva al mare i giorni trascorrono secondo la consuetudine della vacanza balneare, scanditi dall’ “ebbrezza” della quotidianità!
Il profumo delle notti estive traspare da certe descrizioni particolareggiate dei locali sul mare, delle corse in automobile lungo la costa, delle riflessioni alla finestra del protagonista: “… Preferivo le notti che si prendeva l’automobile e si correva la costa in cerca di fresco. Succedeva che su qualche belvedere, mentre tutti ballavano, io potevo a volte scambiare quattro chiacchiere con Doro e con Clelia … Bastava allora un bicchierino e la brezza del mare, per rimettermi in sesto”.
La bellezza del romanzo è tutta nell’atmosfera che sa ricreare piuttosto che nella descrizione introspettiva dei personaggi che sono appena accennati: “faceva tiepido quella notte, ch’era un peccato rientrare”.

Il gioco e l’azzardo: una distinzione fondamentale

La capacità di giocare è segno di equilibrio e salute psichica, da non confondere con la compulsione dell’azzardo*

Alessandro Coppola: “I viaggi di Gulliver”

Le pagine de Il giocatore di Fedor Dostoevskij descrivono straordinariamente la fisionomia degli autentici e accaniti giocatori, “quelli per i quali nelle stazioni termali esiste soltanto la roulette e soltanto per quella ci sono venuti; gente che quasi non si accorge di quel che succede intorno a loro e per tutta la stagione non s’interessano a nient’altro”.

Anna Oliverio Ferraris, in un articolo apparso sulla rivista Psicologia contemporanea, osserva che essere dominati dalla febbre del gioco è, di certo, tutt’altra cosa che giocare di tanto in tanto ai dadi o alla roulette.

Il giocatore che non riesce a non giocare, che non sa staccarsi dal tavolo verde, è vittima di un’ossessione, è dominato dall’ansia. Per il giocatore incallito, secondo la Oliverio Ferraris (1992), il gioco d’azzardo è nel contempo un modo per realizzarsi e per dannarsi. Giocare, quindi, procura benessere al giocatore, lo fa sentire vivo, partecipe e immerso in un ritmo che lo trascina. Ma giocare lo fa anche star male perché lo attanagliano la paura e l’angoscia.

Il termine “gioco” è qui usato impropriamente per indicare il “gioco d’azzardo”: è quindi necessario un accenno al concetto di gioco del resto così esplorato.

Milner (1952) identifica il gioco con il momento in cui il poeta originario – che è in ciascuno di noi – “creò il mondo esterno per noi, scoprendo la familiarità nel non familiare”. Il giocare concerne quindi alla creatività, “non è di fatto una questione di realtà interna, e neppure una questione di realtà esterna” (Donald Winnicott) ma è assimilabile ad una condizione di sospensione, nell’area intermedia compresa tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivamente percepito. “… Mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo” (D. Winnicott).

Diego Napoletani considera la creatività una “variabile” specificamente umana… Infatti, se da un canto l’essere umano può ritenersi “assoggettato” al proprio gruppo di appartenenza e imbrigliato in una rete che lo contiene e una matrice che lo istituisce, dall’altro un’attitudine espressiva è la predisposizione ad una conoscenza trasformativa del mondo agiscono nel senso di una liberazione dal fondamento culturale.

La capacità di giocare è indice di una equilibrata vita psichica: già Freud riteneva guariti i suoi pazienti quando questi sarebbero stati in grado di amare, lavorare e giocare: l’attitudine al gioco è sintomatica della capacità di un individuo di liberarsi dai lacci della cultura istituita (nonché dalla logica del dover fare e del dover essere) e di “sfondare” –con la forza della creatività- la ripetitività della storia familiare.

Anche secondo Donald Winnicott la psicoterapia consiste in una sovrapposizione delle “aree di gioco” del paziente e del terapeuta e, laddove il gioco non fosse possibile, il lavoro terapeutico tende a portare il paziente “da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace”.

Il gioco d’azzardo, invece, non è affatto scelta o possibilità ma è anzi condanna. Esso può diventare la ragione di vita di una persona, il solo spazio in cui poter vivere, il disperato tentativo di fronteggiare le proprie angosce con una attività che non consente di pensare ad altro.

So unicamente che bisogna che io vinca , che questa è per me l’unica via d’uscita”: ecco cosa Dostoevskij fa dire ad Aleksej, il personaggio protagonista de Il giocatore. Persino Polina Aleksandrovna, la donna amata da Aleksej e anch’essa giocatrice, considera amaramente: “Non mi resta altra possibilità di scelta”.

Nel primo capitolo de Il giocatore Aleksej Ivanovic riceve addirittura l’ordine di Polina di vincere alla roulette e si dirige verso il casinò chiedendosi perché mai fosse così necessario e urgente vincere al gioco; purtuttavia il flusso dei suoi pensieri sfocia nella rassegnazione e nella accettazione incondizionata dell’ordine ricevuto: “ L’ordine di andare a giocare alla roulette mi aveva lasciato stordito come se avessi ricevuto una mazzata in testa (…) Ma ora come ora non c’è tempo: bisognava andare a giocare alla roulette”.

Il gioco è per Aleksej fuga in avanti, abbandono alla vertigine ma è anche la causa di un vissuto compulsivo: l’ansia che scaturisce dal gioco stesso, cioè si gioca per soffocare l’angoscia ma dal gioco nasce una nuova tensione.

In un passo de Il giocatore Dostoevskij coglie, in modo ineccepibile, la dinamica del vissuto compulsivo sottostante al gioco d’azzardo (1992, p.160): “ Può darsi che l’animo, dopo aver provato tante sensazioni, non solo non se ne sazi, ma la contrario ne ricavi un’eccitazione che lo spinga ad esigerne sempre di nuove e di più forti, fino a restarne definitivamente spossato”.

Nello scritto su Dostoevskij, Freud (1927) rivolge la sua attenzione all’attività frenetica delle mani nel gioco della roulette, interpretando questa come sostitutiva del “vizio” della masturbazione.

La febbre del gioco si configurerebbe così come equivalente rispetto alla coazione dell’onanismo: l’irresistibilità della tentazione, il piacere frastornante con conseguente senso di colpa, il costante proposito mai rispettato di non farlo più, sono rimasti immutati nel gioco “sostitutivo”.

Leggendo Il giocatore anche al lettore, come ad Aleksej, basta arrivare in vicinanza delle sale da gioco, “tanto da sentirne il tintinnio delle monete, per essere quasi preso dalle convulsioni

 

 

*Integrazione Clinica all’articolo inserito in “Letture”: Dostoevskij e il demone del gioco  Il gioco d’azzardo raccontato da un genio della letteratura

 

Bibliografia

Dostoevskij, M.F. (1866), Il giocatore. Milano: Garzanti, 1992.

Freud S. Per gli scritti freudiani si fa riferimento all’edizione Boringhieri delle Opere in 12 volumi.

Il poeta e la fantasia, 1907, vol.5.

Dostoevskij e il parricidio, 1927, vol.10.

Jervis, G. (1993), Fondamenti di psicologia dinamica, Milano: Feltrinelli, 1993.

Oliverio Ferrarsi A., “Paura ed altri affanni”, in Psicologia contemporanea n°110, Giunti, Firenze 1992.

Winnicott D.W., Gioco e realtà, tr.it. Armando, Roma 1990.

 

Quando la parola “corpo” diventa nemica delle donne

Le donne e il corpo sognato  nella scrittura vibrante di Dacia Maraini

 

E’ l’idea della perfezione che tormenta, ferisce, guasta i rapporti che ogni donna ha con il proprio corpo”.
Questa riflessione spicca sulla copertina de Un clandestino a bordo di Dacia Maraini, scrittrice dal linguaggio semplice e complesso nel contempo, a tratti struggente e che arriva nel profondo.

Il rapporto che le donne instaurano con il loro corpo è quasi sempre difficile e Dacia Maraini, in quanto donna, sa quanto la parola “corpo” possa essere vicina all’essere donna e quanto, nel contempo,questa possa esserle nemica, infida e inquietante , “pericolosa”; le donne, dice la Maraini, non si sentono mai del tutto a loro agio nel loro corpo, “nemmeno nei momenti della sua maggiore freschezza e avvenenza”.

E’ attualissimo il mito della matrigna di Biancaneve che chiede ansiosa: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. E’ un’idea della bellezza che si è protratta per troppo tempo, un’idea della bellezza così frammista ai concetti astratti di compiutezza e di armonia da essere più vicina “alle ombre di Platone che alla vita di tutti i giorni”.

Perché mai inseguire ancora un ideale della bellezza femminile assolutamente avulso dal ritmo dei tempi moderni e della vicenda femminile dove tutto, dall’amore alla maternità, tende a deformarlo?
La cultura dei padri non ha giovato affatto alle donne: la Maraini riflette in questi termini mentre osserva, dalla sua casa romana, i giovani che si ritrovano davanti a un bar. I ragazzi si muovono in modo vociante e disinvolto, poggiano i piedi per terra rivelando un “preteso possesso del territorio”; le ragazze, di converso, avanzano in ‘bilico’ intente come sono a rientrare in quella cornice di fragilità e bellezza manierata che costituisce il presupposto della femminilità.

Per legge naturale Adamo sarebbe dovuto nascere dal grembo di Eva e invece ecco che anche la tradizione biblica decreta il privilegio sessuale facendo nascere Eva da una costola di Adamo.

E cosa dire di certe giornaliste che, oltre al superbo piglio professionale, esibiscono gambe lunghe e affusolate?
Non c’è dubbio, purtroppo, che quando una donna cerca di conciliare il codice linguistico del corpo con quello della parola e del pensiero finisce col sacrificare il secondo: la parola e il pensiero sono acquisizioni recenti per il “gentil” sesso ed ecco che la speculazione intellettuale suona distorta sulle labbra femminili.
Quando una donna crede di giostrare con i due codici dominandoli ambedue” scrive Dacia Maraini “in realtà finisce per sacrificarne uno, il più delicato e fragile, il più recentemente acquisito alla sapienza femminile”.

E che dire ancora dello stupido luogo comune secondo cui la prostituta rincorre il piacere in modo ossessivo ed egoistico?
Carla Corso, coraggiosa prostituta che ha lottato non poco per la dignità del suo mestiere, ha affermato quanto “l’odore dell’intimità di uno sconosciuto sia intollerabile”; ciò che serve alle prostitute, quindi, è l’anestesia dei sensi per poter così tollerare l’amplesso con un estraneo: “la gioia dei sensi, l’abbandono di sé sono negati a chi vende il suo bene erotico”.

Che non sia proprio la sessualità, conclude Dacia Maraini, a frapporsi tra il corpo femminile e ogni progetto di felicità?
A guardare i classici della letteratura europea sembrerebbe di si: Madame Bovary e Anna Karenina sono “uccise” dai loro autori quasi a testimonianza di quanto sia pericoloso e sconveniente per la donna la ricerca di una felicità carnale.

Nelle ultime pagine Dacia Maraini lascia aperti molti interrogativi, donando così preziosi spunti di riflessione ai suoi lettori: “Cos’è che rende un corpo felice? Un corpo è felice quando ama o quando è amato? Quando si sente in armonia con le cose intorno o quando si trova in opposizione con il mondo e si sforza di conquistarlo?

Dacia Maraini, Un clandestino a bordo, Rizzoli, Milano1996

I classici della letteratura sono lezioni di Psicologia Dinamica

I grandi scrittori hanno intuito le teorizzazioni di Freud*

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Alessandro Coppola: “Gufiore” (Le Gufilatrocche Ed. La Toletta 2014)

I poeti e i filosofi hanno scoperto l’inconscio prima di me: quello che io ho scoperto è il metodo scientifico che consente di studiare l’inconscio”.

Questa affermazione freudiana individua perentoriamente la genealogia della nozione di inconscio e legittima ancor di più l’accostamento proposto tra scrittura e psicoanalisi.

I romanzi costituiscono una inesauribile miniera di spunti di psicologia dinamica, anticipando di qualche decennio i tempi delle “scoperte” freudiane. I grandi scrittori del passato non soltanto hanno dispiegato ampiamente la complessità della psiche ma in alcuni casi hanno anticipato lucidamente alcune elaborazioni freudiane.

Un passo de L’idiota (1868) di Dostoevskij descrive la straordinaria sensazione che proviamo al risveglio ogniqualvolta ci accorgiamo di aver lasciato, insieme al sonno, un mistero insoluto: “Noi sorridiamo per l’assurdità del sogno e, contemporaneamente, sentiamo che nell’intreccio di queste assurdità si racchiude un pensiero, un’idea effettiva, un non so che di indefinibile (…) che esiste ed è sempre esistito in fondo al nostro cuore

Questa constatazione (Dostoevskij, 1986, p.568) non prelude forse a L’interpretazione dei sogni di Freud?

Sempre ne L’idiota (ibidem, p.71) il principe Myskin, personaggio centrale del romanzo, racconta una sensazione di angoscia scaturita dalla contemplazione della bellezza: “Giungemmo a Lucerna e mi condussero sul lago in barca. Comprendevo la sua bellezza ma, nello stesso tempo, mi sentivo molto oppresso (….)Provo sempre un senso di pena e di inquietudine, quando contemplo per la prima volta un simile quadro della natura. Ne sento la bellezza, ma mi riempie di angoscia”.

In Caducità (1915) Freud rievocherà una situazione straordinariamente simile: egli passeggia “in una contrada estiva in piena fioritura” in compagnia di un giovane poeta il quale contempla la caducità delle cose, il “loro precipitare (…) nella transitorietà” fino alla negazione di ogni loro valore.

Le pagine di questo sito non intendono proporre una interpretazione psicodinamica dei romanzi colta a tracciare un profilo psicologico dello scrittore: le interpretazioni in questa direzione, molto diffuse fino a qualche tempo fa, sono state metodologicamente superate.

La letteratura non è soltanto il prodotto delle proiezioni dell’io bensì anche possibilità, creatività, insomma libertà. Certo, è inevitabile che le opere letterarie traggano spunto dalle vicende private dell’autore ma qui, tuttavia, si tratterà di concepire l’attività artistica come specifica e oltrepassante il privato, recuperando il senso di una autonoma creatività.

I classici della letteratura sono autentiche lezioni di psicologia dinamica, illuminano i molteplici aspetti della psiche facendone risaltate i conflitti e le contraddizioni!

Purtroppo quello che sarebbe potuto essere uno stimolante confronto tra letteratura e psicoanalisi, è sfociato spesso in una traduzione pedante ed ossessiva conclusasi sempre con una elencazione dei sintomi o delle nevrosi dei personaggi letterari e dei loro autori. L’accostamento della letteratura alla psicoanalisi è invece auspicabile nella misura in cui contribuisce ad una più complessa comprensione della psiche.

Muovendosi in questa direzione, Stefano Ferrari (1994, p.46) auspica il superamento di quegli approcci psicoanalitici dell’arte estremamente riduttivi, tendenti a ricondurre la complessa dinamica identificatoria, sottesa alle trame romanzesche, alla logica scontata secondo cui l’autore si identificherebbe coi suoi personaggi, appagando tramite essi i propri desideri. Si tratterà qui di ribadire gli aspetti costituitivi e normali, anzi creativi dei processi di identificazione, nonché di ricordare l’importanza dell’opera letteraria in sé al di là dello psichismo dello scrittore.

Secondo Ferrari (1994, p.61) i personaggi romanzeschi costituiscono le molteplici porzioni dell’io dello scrittore, non nel senso scontato secondo cui rappresenterebbero i suoi desideri e le sue angosce ma in quanto rappresentanti delle innumerevoli possibilità di di spiegazione dell’io. La letteratura quindi, oltre a costituire la replica delle identificazioni private e personali di chi l produce, propende verso la libertà e lo svincolamento dal privato divenendo così gioco, piacere, possibilità!

Lo Verso e Fiore (1994, p.122). pur riflettendo sulla natura del pensiero immaginativo, non si discostano granché dalla questione dell’arte come riparazione. I due autori si riferiscono criticamente ad una affermazione di Freud (1907) secondo cui “l’uomo felice non fantastica mai; solo l’insoddisfatto lo fa”.

Dalla contrapposizione freudiana tra pensiero immaginativo e pensiero razionale emerge che solo quest’ultimo merita l’attribuzione di positività. Freud relega nell’infanzia il pensiero immaginativo e quando questo continua persistere nell’età adulta siamo al cospetto di una psicopatologia.

Lo Verso e Fiore, così come gran parte della attuale ricerca psicoanalitica, tendono al superamento della posizione secondo cui allucinazioni e sogni ad occhi aperti testimonierebbero un conflitto inconscio sottostante.

L’immaginazione, infatti occupa un posto cruciale nella “normale” vita dei singoli e della collettività; essa assolve ad una funzione di regolazione assimilabile a quella svolta dal sogno nelle ore notturne. La vita non si esaurisce tout court nel tempo della azione perché gli uomini, spontaneamente, si concedono talvolta una “vacanza” nella immaginazione. Non solo l’immaginazione è parte integrante della vita ma, altresì, costituisce la premessa affinché possano generarsi delle trasformazioni.

L’immaginazione “anticipa e accompagna la trasformazione”, cioè si può agire una trasformazione solo se questa viene prima “sognata”.

*Integrazione all’articolo  Il naufragio del Sé  Tracce di Psicologia Dinamica nei romanzi di Fedor Dostoevskij

 

Bibliografia

Cantoni, R. (1948), La crisi dell’uomo. Milano: Mondadori.

Dostoevskij, M.F. (1846), Il sosia. Milano: Garzanti, 1991.

Dostoevskij, M.F. (1868), L’idiota. Milano: Garzanti, 1986.

Fachinelli, E. (1989), La mente estatica. Milano: Adelphi.

Ferrari, S. (1994), Scrittura come riparazione. Verona: Laterza.

Freud S. Per gli scritti freudiani si fa riferimento all’edizione Boringhieri delle Opere in 12 volumi.

Il poeta e la fantasia, 1907, vol.5.

Caducità, 1915, vol.8.

Dostoevskij e il parricidio, 1927, vol.10.

Il disagio della civiltà, 1929, vol.10.

Grossman, L. (1961), Dostoevskij artista. Milano: Bompiani.

Lo Verso, G. et al. (1994), Le relazioni soggettuali. Torino: Bollati Boringhieri, 1994.

Morpurgo, E. (1987), Il segreto della camera chiusa ovvero il paradosso della scrittura. In Morpurgo, E., Egidi, V. (a cura di ), Psicoanalisi e narrazione. Ancona: Il lavoro editoriale, 1987.

Rella, F. (1981), Il silenzio e le parole. Milano: Feltrinelli, 1981.

Spence, D. P. (1982), Verità narrativa e verità storica. Firenze: Psycho, 1987.

 

 

 

Quando il paziente ha bisogno del sintomo

La malattia psichica nella maggior parte dei casi è una vera e propria strategia di elaborazione patologica di un conflitto*

Edvard Munch: “La fanciulla malata”. Olio su tela:119,5×118,5 cm. Galleria nazionale, Oslo

La malattia non è sempre subita passivamente e, in modo particolare quando si tratta di patologie psichiche, si configura come una vera e propria strategia che viene agita attivamente – anche se rigida e inadeguata – e viene impiegata per risolvere un conflitto tra istanze psicologiche inconciliabili.

Quando il sintomo è una strategia (perlopiù inconscia) di elaborazione patologica del conflitto il paziente si aggrappa al suo sintomo.  Ad esempio un soggetto che soffre per un senso di inferiorità fisica o psichica e che intraprende una psicoterapia può giungere a “scoprire” che sin dall’infanzia la madre non si occupava di lui o che il padre lo trattava con disprezzo e tirannia. In un primo momento il terapeuta ipotizza un disturbo di regolazione dell’autostima riconducibile appunto al fatto che il paziente non è stato adeguatamente incoraggiato e “rispecchiato” dalle figure genitoriali fin dalla prima infanzia. L’autosvalutazione del paziente invece può persistere e opporsi agli sforzi del terapeuta di sostenerlo e di renderlo maggiormente autonomo nelle scelte: il paziente ha imparato fin da piccolo che sottomettersi all’oggetto gli consentiva di conservare una parte dell’affetto e dell’interesse da parte dei genitori ed in questa direzione ha strutturato marcatamente il senso di svalutazione di sé. Il paziente ha bisogno del sintomo ed è per questo che tende a resistere alle occasioni di risoluzione dello stesso!

Solo la scoperta della contrapposizione intrapsichica tra il desiderio di sviluppo di un Sé libero e autonomo e la nostalgia di essere amato e sostenuto può dare avvio alla ricerca di soluzioni alternative e di evitare di ripiegare rigidamente su una soltanto delle due posizioni contrapposte.

Nei trattamenti psicoterapeutici, così come nelle supervisioni, è indispensabile porsi sempre l’interrogativo: ‹‹A cosa serve un dato sintomo o un dato stile di comportamento? Quale utilità potrebbe avere per il paziente?››

In certi casi infatti solo interrogandosi sul significato che il sintomo ha per il paziente e sui benefici apportati paradossalmente da esso si riesce ad avere una comprensione soddisfacente di una dinamica psicologica che altrimenti sarebbe potuta sembrare complessa e addirittura oscura!

Già, dalla malattia se ne può trarre un vero e proprio beneficio. Un’altra situazione ricorrente è ad esempio quella che vede un soggetto avvinghiato morbosamente al proprio ideale dell’io ovvero all’idea di perfezione che auspica per sé: talvolta si arriva a strutturare un vero e proprio falso sé diametralmente opposto all’autenticità dell’individuo che viene persino denegata pur di affermare la propria idea di grandiosità oppure – in ogni caso – la personalità auspicata!

Il soggetto soffre inevitabilmente per essersi allontanato dalle proprie quote di genuinità e veridicità, si accorge di recitare un personaggio che non gli appartiene eppure sembra non voler rinunciare a vivere secondo il proprio ideale dell’io anche a costo di una sofferenza psichica che può arrivare a essere insostenibile!

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*Integrazione Clinica all’articolo inserito in “Letture”: Dalla tubercolosi alla nevrosi: tutti i “vantaggi” della malattia

La lettura sequenziale del T.A.T.

Per una diagnosi adeguata ed esaustiva dei processi psichici

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Alex Katz,Islesboro ferryslip. V.Kandinskij,Una figura fluttuante. Foto:Daniele Rotolo
Si calpestano le stesse carreggiate, 

si urta negli stessi spigoli degli stessi corridoi. 

Si ricade nella stessa casella del gioco dell’oca 

che si chiama ‘prigione’!”

Marguerite Yourcenar 

Mi piace guardare i pazienti impegnati nel compito del T.A.T.

C’è una sacralità indiscutibile nel momento in cui la tavola viene posta di fronte al paziente e questi comincia a reagire alla stimolazione esterna nonché al proprio mondo interno ovvero all’incontro tra esterno e interno. Quel momento coincide con il luogo della creatività e della donazione di senso, con la scoperta della “familiarità nel non familiare” (Milner, 1952). Nella pratica clinica ho potuto constatare più volte la preziosità del Test di Appercezione Tematica: non è raro avvedersi che una “scoperta” in seno al percorso psicoterapico brillava già alquanto luminosa dentro le narrazioni costruite dal paziente al cospetto delle tavole del T.A.T.

Il test di Appercezione Tematica (T.A.T.) è un reattivo che consente di accedere ai contenuti mentali di una persona attraverso una analisi del modo in cui vengono costruite delle storie a partire da stimoli che raffigurano luoghi e personaggi impegnati in un’azione. Purtuttavia, oltre ad essere stato affascinato dalle potenzialità del Thematic Apperception Test, ho più volte subito la delusione rispetto alle griglie interpretative disponibili: nella letteratura italiana sono assai poche le pubblicazioni in proposito e mancano lavori che presentino il test nella sua complessità, che lo inseriscano in un quadro teorico definito, fornendo indicazioni puntuali rispetto ai criteri di interpretazione. Così il Test di Appercezione Tematica viene spesso interpretato in modo intuitivo, accontentandosi di “estrarre dalle storie elaborate dal soggetto le possibili analogie con la sua storia reale e con i suoi problemi”, errore che costituisce – come sottolinea Anzieu (1961) – uno dei maggiori rischi nell’utilizzo del T.A.T.

Ciascuna tavola dovrebbe essere considerata invece in relazione a quanto accaduto alla tavola precedente. Nessuna sequenza della storia dovrebbe essere dissociata dalla precedente o dalla seguente ma dovrà essere valutata sulla base della sua capacità di dissolvere la tensione o, al contrario, del rinforzo dello sforzo difensivo che mobilita. Lettura sequenziale, dunque, unica accettabile poiché il T.A.T., come tutti i test d’altra parte, e come ogni situazione umana, mette in luce un movimento e deve quindi, innanzitutto, essere compreso nella sua dinamica. Il T.A.T. è lo strumento idoneo a fornire indicazioni sul funzionamento dell’individuo nelle sue fluttuazioni. Questa capacità di cogliere un processo vitale, permette allo psicologo che utilizza il T.A.T. di evitare un atteggiamento classificatorio e rigido.

Tale lettura sequenziale del T.A.T. è stata presa in considerazione solo di recente in quanto il test, nella sua genesi, è stato pensato e interpretato in chiave squisitamente freudiana e psicoanalitica. Se poniamo a fondamento dell’indagine psicologica l’assioma freudiano per cui tutto ciò che di importante doveva accadere nella vita dell’uomo è già avvenuto nei primi tre anni di vita, siamo poi costretti, per necessità di coerenza, a ritenere che quanto affiora nelle narrazioni del T.A.T. sia frutto della proiezione di “temi” e quindi risultante dalla combinazione di “bisogni” o “pulsioni” e influenze ambientali e che emerga sotto la spinta dello stimolo cui viene attribuito il potere di evocare il tema. La concezione di Murray fa riferimento alla teoria psicoanalitica e in particolare alla prima topica. I contenuti delle storie sono visti come espressione del mondo pulsionale. L’ipotesi alla base dell’interpretazione è che il soggetto attribuisce all’ “eroe” e agli altri personaggi i sentimenti, le tendenze, i bisogni che fanno parte del suo vissuto e che possono manifestarsi nel suo comportamento. Trattasi di una tecnica interpretativa che si basa fondamentalmente sui contenuti della storia. “Tale visione ha però il difetto di non considerare la complessità del mondo interno e di ipotizzarne il funzionamento come operante per relazioni di tipo causa-effetto o comunque ad andamento lineare, ciò si scontra con gli assunti alla base di innumerevoli paradigmi psicologici moderni o psicoterapeutici che, ritenendo irrinunciabile l’opzione fenomenologica, considerano il comportamento umano intimamente connesso alle circostanze interiori ed esterne che ne costituiscono il ‘qui e ora’! ”(Cuffaro, 1998, p.114)

Il sistema di siglatura del Thematic Apperception Test elaborato da Maurizio Cuffaro (1998) si è prospettato al mio orizzonte come una rivelazione, una possibilità originale e – nel contempo – straordinariamente sistematica di avanzare ipotesi diagnostiche a partire dalle narrazioni dei pazienti in trattamento. Per il complesso ed esaustivo sistema di siglatura si rinvia al prezioso testo dello stesso autore, Il T.A.T. nella diagnosi psicologica e clinica (edito da Franco Angeli). La presente riflessione è dedicata in modo particolare a uno specifico aspetto della siglatura elaborata da Cuffaro (1918) ovvero quello riguardante i percorsi relazionali interni come risultano dalla successione delle storie che il paziente ha costruito alle varie tavole. Ciascuna storia può essere sintetizzata in una frase che ne contenga il senso. Tale frase dovrebbe rappresentare la risultante esaustiva del complesso processo ideativo, organizzativo, difensivo nonché espressivo che il soggetto ha realizzato a partire dall’immagine percepita. Cuffaro (1998) afferrma che “il termine risultante esprime compiutamente la realtà del processo di elaborazione in quanto l’idea-guida, che presumibilmente organizza il mondo interno del soggetto, si confronta progressivamente con l’insieme delle relazioni implicate (incluse quelle percettive) e con queste deve risultare compatibile”.

L’idea, alla base dell’elaborazione di una storia, non scompare una volta completata la costruzione della storia bensì determina un campo emotivo-cognitivo che determina, a sua volta, lo stato d’animo del paziente al cospetto della tavola successiva. “E’ evidente – dice Cuffaro – che tale stato d’animo influenzerà in qualche modo la costruzione della storia successiva”. Cuffaro, per meglio esemplificare il concetto, espone la metafora della percezione visiva relativamente al fenomeno di persistenza delle dominanti cromatiche sulla retina. “L’avere percepito per un certo tempo un’immagine in cui il rosso, ad esempio, risulti notevolmente dominante comporta che venga percepita per un certo tempo come rosata, o virante verso il rosso un’immagine successiva i cui colori siano anche sensibilmente distanti da quel colore. Perché il fenomeno si realizzi è necessario che la dominante sia vistosa e che l’immagine successiva sia presentata in rapida sequenza”(Cuffaro, 1998, p. 115). Rispetto alle dominanti cromatiche, la configurazione relazionale interna risulta notevolmente più resistente. Ciò vuol dire che tale configurazione potrà determinare o, perlopiù, influenzare la storia successiva. Nei casi più comuni capita che l’elaborazione successiva, piuttosto che costituire una ri-conferma della tematica alla base della storia precedente, si distingua per il tentativo del soggetto di allontanare l’ideazione disturbante ma anche in questo caso il modo di trattare i meccanismi di difesa fornisce – comunque – informazioni adeguate sui leit motiv che abitano il mondo interno del soggetto.

Già, il protocollo T.A.T. di un paziente và guardato complessivamente e soltanto allora vi si potranno cogliere elementi preziosi che indicano una strada precisa da percorrere per elaborare una adeguata diagnosi. Ogni parcellizzazione oppure ogni interpretazione parziale possono risultare fuorvianti in quanto non avranno tenuto nella giusta considerazione i molteplici aspetti del mondo interno della persona che ci sta di fronte!

Bibliografia

Brelet Francoise, Il T.A.T.: fantasma e situazione proiettiva, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994

Cuffaro Maurizio, Il T.A.T. nella diagnosi psicologica e clinica, Franco Angeli, Milano 1998

Jervis G., Fondamenti di psicologia dinamica, Feltrinelli, Milano 1993

Lerner P.M., Il Rorschach, una lettura psicoanalitica, Cortina, Milano 2000.

McWilliams N., La diagnosi psicoanalitica, ed. it. a cura di Sarno L. e Caretti V., Astrolabio, 1999.

Dostoevskij e il demone del gioco

Il gioco d’azzardo raccontato da un genio della letteratura*

di Cosimo Campagna

Paul Cézanne: “I giocatori di carte”. Olio su tela (47×56 cm). Musée d’Orsay di Parigi.

 I giocatori sanno bene che si può resistere  addirittura per ventiquattr’ore di seguito con le carte in mano senza neanche gettare un’occhiata a destra o a sinistra.”

Il giocatore di Fedor Dostoevskij si legge d’un fiato nello spazio di un pomeriggio e in quel pomeriggio si prova realmente un senso di smarrimento, si riflette sulle proprie dipendenze, si percepisce netto un nodo in gola!

Aleksej Ivanovic narra in prima persona la storia de Il giocatore e ciò favorisce l’immedesimazione del lettore con il personaggio centrale.
Nelle prime pagine Alesksej gioca per la prima volta alla roulette e Dostoevskij si serve di tale espediente per indugiare nella descrizione di ambienti e situazioni a lui tanto familiari (essendo stato egli stesso un giocatore d’azzardo). Con Aleksej il lettore scopre le sale da gioco, attraverso i suoi occhi assiste  alle prime puntate e osserva le facce estenuate degli altri giocatori.

Ero un giocatore anch’io: me n’ero accorto in quel preciso momento. Le braccia e le gambe mi tremavano e la testa mi girava“. Da quando Aleksej si accorge per la prima volta d’essere un giocatore a quando, nelle ultime pagine, contempla la propria rovina, il lettore vive un crescendo di emozioni al punto da esaltarsi o disperarsi a seconda che Aleksej vinca o perda.

Ero come preso dalla febbre e nell’eccitazione ho puntato tutto un mucchio di denaro sul rosso e… sono tornato in me! E soltanto in quel momento ho sentito un brivido di terrore corrermi per la schiena mentre mi prendeva un tremito alle mani e ai piedi. In un attimo mi sono reso conto con terrore cosa significava per me perdere: insieme a quell’oro puntavo tutta la mia vita” (Dostoevskij, 1992, p.156).

La  frenesia si interrompe quasi totalmente nell’ultimo capitolo del romanzo dove emerge, tangibilissima, la disperazione del giocatore che constata l’ansia continua, la costante attesa di qualcosa, la capacità di starsene intere giornate accanto al tavolo così da osservare il gioco… “Mi capita di sognarmi la roulette perfino di notte” confessa Aleksej a Mister Astley, suo interlocutore alla fine del romanzo. Questi, a sua volta, sottolinea ad Aleksej la sua situazione: “Lei vegeta (…) lei ha rinunciato perfino ai suoi ricordi…Lei adesso ha dimenticato tutte le sue migliori inclinazioni di allora; i suoi sogni di adesso, anche quelli più urgenti ed essenziali, ormai non vanno oltre al pair e impair, rouge, noir…

Ma ecco che Aleksej cerca di  reagire ripromettendosi  di non perdere il dominio di sè e di risorgere dall’uomo completamente perduto. Ed è quanto è possibile a chi si avvicina sinceramente e gradualmente – e senza farsi schiacciare dal terrore iniziale – a un percorso di conoscenza di sé così da riempire il senso il vuoto da cui il giocatore rifugge invano e spasmodicamente, incapace di trovare nuove significazioni.

Debbo dire che c’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo in terra straniera, lontano dalla patria e dagli amici, senza neanche sapere quel che mangerai domani, punti l’ultimo fiorino, proprio l’ultimo!.”

Dostoevskij M. F., Il giocatore, ed. or.1866,  tr.it. Garzanti, Milano 1992

*vedi Integrazione Clinica: Il gioco e l’azzardo: una distinzione fondamentale  La capacità di giocare è segno di equilibrio e salute psichica, da non confondere con la compulsione dell’azzardo

 

La dissociazione dell’identità incontra la grande letteratura

Lo sdoppiamento della coscienza nella narrativa di Dostoevskij

Del resto c’era realmente motivo 
per un simile turbamento. 
Il fatto era che quello sconosciuto 
gli era sembrato
in un certo senso conosciuto

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Ammettere che sono io o no? O far finta di non essere io, di essere qualcun altro che mi assomiglia in modo strabiliante, e fare come se niente fosse? Appunto, non sono io, non sono io e basta!”.

Ne Il sosia di Fedor Dostoevskij il sentimento di smarrimento del sé è progressivo e inevitabile: questo emerge costantemente dal monologo interiore del Signor Goljàdkin, dallo sprofondamento imponderabile nel disordine dei pensieri e delle pulsioni, dalla solitudine allucinata di una esistenza senza più alcun appiglio.

Ne Il sosia è radicale la disarmonia tra la psiche sempre più frustrata di Goljàdkin e il mondo esterno, indifferente o apertamente ostile. Il romanzo si impernia attorno al delirio di sdoppiamento del signor Goljàdkin che incontra il suo sosia in una notte di tempesta a Pietroburgo. Il sosia non è altro che il prodotto deforme della coscienza di Goljàdkin, sintesi di arrivismo, volgarità e smania di affermazione che si scontra con l’”io” goffo e impacciato del protagonista il quale, in un crescendo di angoscia, andrà incontro allo smarrimento di sé.

Lo smarrimento di sé del signor Goljàdkin ha inizio già durante il primo incontro con il sosia che, pur comparendo nella scena del romanzo come un passante qualunque, fomenta fin da subito il turbamento del protagonista che “prese a tremare in tutto il corpo, le gambe non lo ressero più, gli si piegarono le ginocchia, ed egli si lasciò cadere con un gemito su un pilastrino del marciapiede”.

Dapprima quindi l’io del signor Goljadkin incontra l’Altro, l’estraneo ma ben presto lo Straniero si rivelerà un Alter-ego. Cioè l’io incontra se stesso nelle sembianze di uno straniero, come in uno sdoppiamento: “Del resto c’era realmente motivo per un simile turbamento. Il fatto era che quello sconosciuto gli era sembrato in un certo senso conosciuto” (Dostoevskij, 1991, p.53).

Per Jabès (1991) piuttosto che di uno sdoppiamento si tratta di una metamorfosi che mette a repentaglio la propria soggettività, si tratta cioè di “diventare stranieri”, di approssimarci allo Straniero che siamo piuttosto che approssimare a sé lo Straniero. Dunque il sosia che Goljàdkin incontra non è altri che lui stesso. E, infine, il sosia non è rassicurante estraneità al di fuori di Goljàdkin bensì è dentro di lui, lo abita.

Quella che si prospetta come una scena fenomenologia dell’intersoggettività, quando la riconosciamo ci appare deformata, sottoposta ad una torsione. “E’ lo straniero, l’estraneo, che ci dice: avvicinati di più”: Rovatti (1992, p.97) sintetizza così il pensiero di Jabès e aggiunge che il “diventare stranieri” implica una esperienza di noi stessi che muova dall’ombra che sostanzialmente siamo piuttosto che dalla luce che presumiamo di essere. Insomma si tratterebbe di “avviare un movimento oppositivo in noi stessi”.

L’inquietudine del signor Goljàdkin, durante l’incontro col suo sosia, è crescente di pagina in pagina: “Goljàdkin (…) per nessun tesoro al mondo avrebbe voluto incontrarsi con lui e tanto meno poi in quel momento”.

Da quell’incontro sarà inevitabile la rottura dell’equilibrio psichico di Goljàdkin e con esso la frantumazione dell’ “io-coscienza” per usare una definizione di Scharfetter (1992, p.86): “L’io-coscienza è la certezza della persona vigile e lucida:‹‹Io sono io stesso››”. (Vedi Integrazione Clinica Gli “scherzi” della coscienza )

Nelle ultime pagine ritroviamo il signor Goljàdkin più che mai sperduto, come “un gattino innaffiato d’acqua gelata”, precipitato ormai definitivamente nella follia, col sangue che gli pulsa in testa e con un sordo singhiozzo nel petto: “Dio mio! Dio mio! Dammi fermezza d’animo, nell’infinità profondità delle mie disgrazie! Che io sia perduto, completamente annientato, non c’è alcun dubbio e tutto questo è nell’ordine delle cose, poiché non potrebbero essere in altro modo”.

 

Bibliografia

Dostoevskij, M.F. (1846), Il sosia. Milano: Garzanti, 1991.

Scharfetter, C. (1992), Psicopatologia generale (un’introduzione). Milano: Feltrinelli, 1992.

 

Immagine in evidenza di Alessandro Coppola: illustrazione tratta da “Battito d’ali”, ed. L’orto della cultura 2015  www.alessandrocoppola.com

Sul caso clinico dell’Uomo dei lupi di Freud

Miller, erede di Lacan, si confronta con il caso più controverso della storia della psicoanalisi

uomo lupi

"Ho sognato che è notte e sono nel mio letto (...) 
Improvvisamente la finestra si apre da sola 
e con grande spavento vedo che 
sul grosso noce davanti alla finestra 
sono seduti alcuni lupi bianchi (...) 
avevano la coda grossa come le volpi e le orecchie ritte 
come fanno i cani quando prestano attenzione a qualcosa. 
Preso dall'angoscia, evidentemente, 
di esser divorato dai lupi, 
urlai e mi svegliai

Il caso dell’uomo dei lupi di Sigmund Freud (1914) è probabilmente il più famoso e studiato di tutta la psicoanalisi. L’uomo dei lupi era un ragazzo di ventitré anni di origine russa di nome Sergej quando suonava per la prima volta il campanello di Freud. Lo psicoanalista austriaco lo descriveva come un uomo assolutamente incapace di affrontare la vita in maniera autonoma e che non poteva fare a meno degli altri. Freud  ipotizzò una nevrosi ossessiva seppure oggi presumibilmente il giovane sarebbe stato inquadrato in un Disturbo Borderline di personalità.  L’ uomo dei lupi è stato così denominato dal sogno fatto da Sergei all’età di quattro anni in cui vide dalla finestra della stanza alcuni lupi appollaiati su un albero che lo fissavano. Egli si svegliò dal sonno in preda al panico. Secondo l’interpretazione di Freud questo sogno era la rappresentazione di un evento realmente accaduto a Sergej da piccolo in cui aveva visto i genitori avere un rapporto sessuale.

Le più diverse e affascinanti interpretazioni sono state fatte di questo sogno e ancor più varie sono state le analisi cliniche del caso: una delle più interessanti è illustrata in “Commento al caso clinico dell’Uomo dei lupi” di Jacques-Alain Miller, psicoanalista lacaniano, che compie una esplorazione del mondo interno del paziente di Freud, tra il registro del simbolico e dell’immaginario.

Nel caso dell’uomo dei lupi sono riuniti insieme alcuni tratti valorizzati dalla cura analitica: la tenacia della fissazione, la straordinaria inclinazione all’ambivalenza e la capacità di conservare gli uni accanto agli altri i più svariati e contraddittori investimenti libidici. Nell’uomo dei lupi coesistono, una accanto all’altra, due correnti contrarie per cui da un lato v’è l’orrore dell’angoscia di castrazione mentre dall’altro emerge l’impulso (a tratti violento) verso le donne che potrebbe sembrare un’assunzione di virilità e che dissimula di fatto che tale virilità è stata assunta in modo incompleto ed è da considerarsi perlopiù come una risposta reattiva agli attacchi inferti al narcisismo del soggetto: l’inadeguatezza esperita nel rapporto di coppia con una donna e, ancor prima, l’orrore della castrazione!

Questo è il binarismo che si prospetta: da una parte la compulsione amorosa, virile e apparentemente univoca e dall’altra la posizione femminilizzante. Due posizioni, dunque: l’attività virile si contrappone agli elementi di passività femminile e all’identificazione con la donna e, dunque, con la madre. “Nessuna posizione della libido, una volta acquisita, poteva essere interamente revocata dalla posizione libidica successiva” scrive Freud a proposito del caso clinico dell’Uomo dei lupi, “ogni posizione continuava ad esistere accanto a tutte le altre, consentendo al malato di oscillare permanentemente tra più possibilità; ciò si rivelò incompatibile con il raggiungimento di un carattere stabile, per via delle continue oscillazioni!”

Dunque, abbiamo una passività fondamentale e, allo stesso tempo, un atteggiamento conquistatore, virile, sadico e aggressivo che è il rovescio della prima: la passività fondamentale – data dall’identificazione colla madre- si inverte in aggressività il cui motore è la “virilità narcisistica”. C’è una sessuazione inconscia malgrado una virilità manifesta risvegliata automaticamente da una situazione tipica. “Nel momento in cui c’è un attacco all’immagine si verifica uno scatenamento – scrive Jacques-Alain Miller – L’Uomo dei lupi perde i suoi punti di riferimento nel momento in cui c’è un attentato all’immagine del padre ovvero all’immagine fallica”. Per Freud, così come per Lacan, questa virilità manca di autenticità cioè – come direbbe appunto Lacan- è del registro immaginario, del registro dell’io: nell’inconscio l’uomo dei lupi è una donna, al livello immaginario invece c’è una affermazione di virilità. Nel tempo dell’infanzia l’uomo dei lupi riesce a sublimare l’inclinazione passiva e femminilizzante con la religiosità, instillata al bambino dalla madre: i sintomi di angoscia vengono sostituiti in realtà da sintomi di tipo ossessivo ma è il prezzo da pagare per lasciare l’angoscia di castrazione in direzione della pacificazione. In seguito la femminilizzazione inconscia sarà sublimata dalla carriera militare perché per il soggetto continuerà ad esserci un conflitto tra la passività fondamentale e il narcisismo dell’organo genitale tanto che la depressione si innesca ogniqualvolta c’è un attacco al narcisismo: questo spiega perché la passività dell’Uomo dei lupi non si sia trasformata semplicemente in omosessualità!

Nell’inconscio le cose si mescolano e possono coesistere anche contraddicendosi tra di loro: nell’inconscio non c’è un aut aut. La grande soluzione freudiana per questo caso è dunque la coesistenza.

Il carattere compulsivo dell’attività sessuale dell’uomo dei lupi consiste dunque nell’affermare che non è castrato e purtuttavia l’oscillazione tra attività e passività presumibilmente non esita su ciò che sembra essere il modo di godere principale del soggetto ovvero la sua identificazione con la donna:  Jacques-Alain Miller a tal proposito afferma che in questo caso la scelta eterosessuale possa essere assimilabile concettualmente a un’ ènclave ovvero a un territorio non molto esteso e completamente chiuso entro i confini di uno stato diverso da quello cui politicamente appartiene. La scelta dell’oggetto eterosessuale è perciò costantemente insoddisfacente perché costituisce una difesa in rapporto alla modalità di godimento principale del soggetto!

Bibliografia

Miller, J.A. (1866),  Commento al caso clinico dell’Uomo dei lupi, Macerata: Quodibet studio 2011.

Freud S. Per gli scritti freudiani si fa riferimento all’edizione Boringhieri delle Opere in 12 volumi.

L’uomo dei lupi, 1914, vol.7.